I Umanesimo Cristiano

FEDELI A DIO E ALL'UOMO... Non si può amare Dio senza amare l’uomo e viceversa. L’uomo ha bisogno di tornare a stupirsi della propria dignità e di quella nascosta bellezza che è in ognuno e che il cristianesimo rivela in tutta la sua portata.



sabato, 04 luglio 2009, ore 19:16

TEMPUS PER ANNUM - XIV DOMENICA
 
“Quando sono debole,
è allora che sono forte”


Pantocrator.volto
Chiuso da pochi giorni l’anno paolino, la Parola di Dio di questa domenica propone uno dei paradossi del Vangelo: la forza della debolezza che denuncia l’errore della prepotenza.
 
In verità è tutto uno stupore il Vangelo di oggi.
Lo stupore della gente di Nazareth che vede Gesù tornato come un Profeta dalla sua esperienza a Cafarnao, lo stupore di Gesù che si meraviglia della loro incredulità.
 
Marco narra il ritorno di Gesù a Nazareth. I suoi concittadini ascoltano con stupore il suo insegnamento, ma, ben presto, questo stupore si tramuta in incredulità.
Gli abitanti di Nazareth sono tutti d’accordo: questo Gesù fa delle cose fuori dal comune, le sue parole lasciano a bocca aperta, i suoi prodigi sono portentosi, nessuno mai aveva operato cose del genere, eppure…
Eppure no.
Non può essere Lui il Messia.
Lui è il figlio di Giuseppe il falegname.
Anche Maria: una bravissima ragazza!
Ma il Messia avrebbe scelto un’altra famiglia!
 
Scrive Marco: "Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?". E si scandalizzavano di lui”.
 
Gesù Cristo è impegnato nella sua opera di evangelizzazione e non si ferma neppure di fronte al rifiuto di quanti lo conoscevano, della sua gente. Anzi: egli sottolinea proprio il rifiuto da parte di coloro che meglio e più degli altri l’avrebbero dovuto accogliere come profeta, come colui che parla a nome di Dio.
E Gesù non ne fa mistero; e dice: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua".

Sono passati duemila anni e le cose non sembrano essere cambiate.
Essere profeta di Dio, portatore del Vangelo di Gesù, è stata sempre una missione ardua.
Il profeta autentico non è mai un auto-candidato, ma un chiamato da Dio, che lo manda.
 
Quanta fatica a passare dallo stupore e dalla meraviglia alla fede!
 
Quando nella vita di un credente prevale la visione di fede in ogni situazione della sua vita, tutte le sofferenze e le vicissitudini, tutte le prove e i dolori acquistano significato diverso.
Proprio quando siamo più deboli, avvertiamo dentro di noi questa grazia della vicinanza di Dio, della serenità dell'animo, della predisposizione maggiore ai disegni di Dio e ci sentiamo di conseguenza più forti e capaci di affrontare la vita e il dolore.
 
Le tante difficoltà anche nel campo umano, relazionale, apostolico, pastorale che incontriamo giorno per giorno nella nostra vita e tra le persone che più conosciamo o nelle realtà territoriali ove normalmente siamo, non ci devono bloccare in quell'ansia missionaria e caritativa che deve essere costante nella nostra vita.
 
Ricorda Paolo nella seconda Lettura:“per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte".

Quando avvertiremo totalmente la nostra debolezza, allora sapremo individuare la strada giusta per risalire la china ed incontrare davvero Colui che può ridarci la vita e la gioia di vivere, pur in mezzo a sofferenze, abbandoni e stanchezze di ogni genere.
Come per Gesù la sua potenza fu la Croce, così per ogni cristiano la Croce è il metro di lettura per capire ciò che è veramente l'uomo agli occhi di Dio.
Nell'umiliazione c'è l'esaltazione, nella solitudine c'è la compagnia, nel dolore c'è la gioia.
Certi della promessa di Gesù: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.... Quando sono debole, è allora che sono forte".
 
 
Preghiamo
 
"O Padre, togli il velo dai nostri occhi e donaci la luce dello Spirito, perché sappiamo riconoscere la tua gloria nell'umiliazione del tuo Figlio e nella nostra infermità umana sperimentiamo la potenza della sua risurrezione". 
Tommytom
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venerdì, 03 luglio 2009, ore 17:28

Quando i vaticanisti
... sparano a vuoto ...
con supponenza
 
 
Ho letto con vera amarezza su una rivista discretamente quotata che il primo semestre del 2009 sarebbe stato per papa Benedetto il periodo più difficile dei quattro anni di pontificato.
      la riabilitazione dei vescovi seguaci di Lefebvre,
      le dichiarazioni sull’uso del preservativo in Africa
      i discorsi in Terra Santa
avrebbero suscitato aspre polemiche che il Vaticano avrebbe fatto difficoltà a controllare.
 
Mi torna davvero difficile ritenere che il Papa abbia considerato difficile il semestre trascorso in ragione di questi argomenti.
Papa Benedetto sa e sapeva quello che diceva e quello che faceva. E ha detto nella Lettera indirizzata ai Vescovi che si è trattato di un difetto di comunicazione che certamente non è Sua.
L’ha scritto chiaramente senza troppi giri di parole. 
Benedetto pondera ogni sua mossa; non per calcolo, ma per convinzione e coscienza personale; nulla è lasciato al caso.
Ed è per quello che “infastidisce” addirittura la dietrologia a buon mercato di giornalisti che ritengono di avere in tasca il ricettario pronto per ogni uso.
 
La rivista che li ha interrogati fa il nome di tali giornalisti, che non faremo, non solo per il rispetto della privacy, ma perché non condividiamo nulla di quando da essi dichiarato e quindi non meritano alcuna pubblicità!
 
Dire che la Santa Sede ha qualche problema in ordine alla comunicazione è spalancare un portone aperto. Ma è certo che questo non può essere imputato al Papa che – come abbiamo detto – l’ha non solo denunziato ma anche scritto!
Con una annotazione: la Santa Sede ha ottimi rapporti con il mondo della comunicazione anche attraverso il suo Pontificio Consiglio; ma nutre qualche diffidenza vei confronti dei giornalisti, i quali, invece che dar conto degli accadimenti e delle notizie dalla Chiesa e del suo magistero, vivono solo o prevalentemente di scoop!
Godono nell’anticipare qualche notizia; sono disposti ... a vedere l’anima al diavolo (come si suol dire!!!) per avere in anteprima qualche brano di una nuova enciclica ...; fanno a gara per saper chi occuperà quella o quell’altra sede episcopale ...; si arrampicano sui vetri per strappare a qualche “Autorità Vaticana” - sempre e assolutamente anonima - il minimo pettegolezzo su tizio e caio; gongolano se possono anticipare la data del nuovo Concistoro per la creazion e dei nuovi Cardinali e fornire un ipotetico elenco ... C’è chi ne ha fatto un mestiere nel riempire mezze pagine di ipotesi di trasferimento di vari candidati da un a sdede all'altra.
E’ logico che a forza di fare nome, qualcuno lo imbroccheranno!!!
Ma ci sia concesso di dire che questo non è giornalismo; questo non è servizio alla Chiesa e al suo magistero. Così ci si serve della Chiesa.    
E come si vede la comunicazione non c’entra.
 
E che dire poi di chi ancora si diletta a segnalare le “differenze” tra Benedetto XVI e il Suo Predecessore?
La questione è patetica se non fosse addirittura odiosa!
E si sentenzia: “Giovanni Paolo II sapeva come comunicare. E anche se diceva ciò che afferma papa Benedetto, Egli lo esprimeva in maniera differente”. E si continua nell’assurdo: “Anche quando diceva verità scomode e impopolari, sapeva come farle accettare.”
 
Vorrei domandare: questi giornalisti sanno quello che scrivono?
Si sono mai recati una domenica a mezzogiorno in Piazza S. Pietro per la recita dell’Angelus?
Si sono mia degnati di partecipare concretamente a una intera (una sola!) udienza generale del mercoledì?
Avrebbero potuto constatare che neppure nel tempo aureo dell’Anno Santo la Piazza San Pietro era così gremita come in una domenica ordinaria.
Una delle caratteristiche e peculiarità di papa Benedetto è proprio il suo ministero della parola. Il suo è un ministero da vero padre della Chiesa. La gente lo sa, lo ascolta, lo apprezza.
 
Una cosa è certa. I mezzi di comunicazione trattano con vera severità il Papa Benedetto XVI poiché da fastidio che sia un Papa teologo, un Papa pastore, un Papa catecheta, un Papa liturgo, un Padre della Chiesa che intenda mettere le cose al posto giusto. Papa Benedetto non è un Pontefice che narra aneddoti, ma che fa e annuncia teologia e dottrina pura!
E dar conto di ciò che il Papa dice non è facile per nessuno, nemmeno per i giornalisti che normalmente apprendono i pronunciamenti del Papa dalle Agenzie di stampa e non ex auditu.
 
Sono sempre più convinto che il Papa sia davvero lasciato troppo solo, a iniziare da chi Gli sta attorno.
Non è una questione di “catena delle informazioni”, che hanno la loro fonte in Segreteria di Stato e giungono all’emissario che è la Sala Stampa Vaticana. E’ questione di unità, di coralità, di verità di intenti e di condivisione effettiva ed effettiva.
Sia da parte di chi è chiamato dal Papa a collaborare con Lui, sia da parte di chi deve dar conto delle cose della Chiesa.
E’ più facile perdersi nel pettegolezzo o nelle supposizioni delle prossime nomine. E’ molto più difficile dai conto obiettivamente, con umiltà, con chiarezza degli insegnamenti del Pontefice Romano perché il lettore abbia a leggere non le convinzioni personali del cronista, ma il pensiero vero del Papa.
 
Diceva queste precise parole Paolo VI ai giornalisti e ai giornalisti cristiani.
 
“Parlare a Giornalisti! c'è di che tremare: i Giornalisti sono i professionisti della parola, sono gli esperti, gli artisti, i profeti della parola! Si può riferire ad essi ciò che Cicerone dice dell'oratore "omnia novit"; il giornalista sa tutto; la virtualità del suo pensiero e del suo linguaggio è tale da mettere in imbarazzo chiunque osi colloquiare con lui, anche se l'interlocutore ha una sua parola grave e densa da proferire; la quale però, a confronto di quella agile, duttile, felice del giornalista, resta timida e stentata e quasi dubbiosa di venire alle labbra.
 
Parlare a Giornalisti! c'è di che temere: essi sono pronti ed abilissimi a carpire una parola, un'allusione, una frase, e a trovarvi dentro cento significati; e ad attribuirvi quello che essi vogliono; la loro curiosità e' una rete tesa, in cui l'incauto che vi si appressa, candido ed ingenuo, cade facilmente, assalito da questioni inattese, da domande compromettenti, da giudizi imprevisti, liberi ed audaci, talvolta inesatti e spietati.
 
Parlare ai Giornalisti! c'è di che supporre ciò essere superfluo: essi sanno tutto, dicevamo; essi non cambiano certo parere: essi si considerano semplicemente dei trasmettitori delle parole altrui e dei fatti che non li riguardano; si può sospettare ch'essi siano, in fondo, un po' scettici, quasi indifferenti, troppo scaltriti nel classificare le opinioni altrui per subirne l'influsso e per dare a ciò ché ascoltano altro peso che quello professionale, l'interesse cioè per il loro giornale e non per la loro anima.
 
Queste sono le prime reazioni interiori, che sorgono anche nel Nostro animo all'invito che questo incontro ed altri simili pongono ad un colloquio con Giornalisti. Occorrerebbe almeno tempo e modo per distendere qualche pensiero ordinato e meditato; ciò che in questo momento non Ci è dato di fare.
 
Le prime reazioni, dicevamo; perché altre subito succedono che prevalgono vittoriosamente con una duplice considerazione.
 
La prima: ma vi è mai pubblico più importante a cui rivolgere la parola di quello che alla parola dà la risonanza, dà le ali della stampa? Vi è mai pubblico più attento, più avido, più idoneo a tutto comprendere, a tutto raccogliere, a tutto divulgare? Non è il colloquio con i Giornalisti il più interessante, il più redditizio, il più degno d'essere accolto e servito?
 
La seconda considerazione poi Ci rende non solo solleciti, ma felici di rispondere al dialogo offerto: sono Giornalisti cattolici! Sono figli, altrettanto abili che fedeli, i quali non altro maggiormente ambiscono che ascoltare una parola del Papa per farla propria e per diffonderla ad altri, con un'attenzione, un'esattezza, una premura, una bontà, che non sarebbe possibile trovare in alcun altro ceto di uditori”.
 
 
Tommytom
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venerdì, 03 luglio 2009, ore 08:51

Quando un prete nasce uomo
 
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L’umanità e l’affettività
del sacerdote
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C’è sempre molta curiosità intorno alla umanità e alla affettività del sacerdote; una domanda spesso inespressa.
La gente, anche quella che al prete vuole bene, che lo stima, con cui collabora, al quale affida i figli fantastica ... si interroga ...
In verità: che ne è dell’affettività del sacerdote?
Il sacerdote che ha offerto, anzi consegnato la propria vita a Cristo “ama umanamente”? E’ capace di amare con cuore di uomo?
Mi viene quasi da sorridere poiché penso a quel grande capolavoro del Concilio che è la Costituzione Pastorale Gaudium et spes, dove – a proposito di Cristo - si legge: nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo” (22), poiché “con l'Incarnazione, il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo” (ibid.)
Allora anche il prete ama con cuore d’uomo!
 
Sono tante le forme d’amore e d’amare.
C’è l’amore del figlio per i genitori e quello dei genitori per i figli; c’è l’amore fra fidanzati; l’amore dei coniugi; l’amore per gli amici; l’amore per Dio!
E c’è l’amore casto di colui che, accettando la legge ecclesiastica del celibato sacerdotale, ama, ama tutti, ama davvero come, tra, per gli altri uomini. Con il celibato la Chiesa addita ai sacerdoti una maniera “totale d’amore”. La castità nel sacerdozio, infatti è il carisma dell'amore perfetto, di un amore che è preveniente, gratuito e universale. L'amore esclusivo per Cristo, non è escludente, ma dilata il suo cuore da renderlo capace di un amore che non conosce confine. La sua famiglia è l'universo. Certo, i condizionamenti umani rimangono. Ed è per questo che il celibato deve essere vissuto con maturità e accettazione piena.
 
Il presbitero è persona umana; non può essere confuso con un ruolo.
Il presbitero è persona umana ed esercita un ministero, svolge una missione: nobile, eccelsa, sublime, ma da uomo “scelto tra gli uomini per occuparsi delle cose che riguardano Dio.”
E mentre il ruolo/servizio/ministero è nell’ordine dell’utilità, è per gli altri, è per fare qualcosa ... la persona umana è nell’ordine della relazione: relazione di vita, relazione d’amore.
Mentre il ruolo differenza i diritti e i doveri di ciascuno, la relazione integra l’azione delle persone. 
La relazione è un primo contatto tra persone; è il momento in cui si incontrano uguaglianze e differenze.
E in tutto questo il sacerdote deve essere se stesso, nella pienezza della sua umanità, presentandosi per come egli è e si sente veramente, compresi i suoi limiti.
Troppo spesso la nostra gente vede il sacerdote come il “celebrante della domenica”; deve accoglierci, al contrario anche nelle quotidiane relazioni.
 
E qui si innesca la riflessione sulla affettività dell’uomo/sacerdote.
Ho personalmente sempre molto timore a trattare questo tema, in quanto la cultura corrente e certe scuole di pensiero sorridono a certe distinzioni che non vogliono né considerare né ammettere.
Intendo operare una netta distinzione tra affettività – sessualità – esercizio della sessualità.
 
Che cos’è la sessualità?
La sessualità è forza sempre dinamica soggiacente tutto l’Io, in virtù della quale la persona umana è capace di relazioni interpersonali.
La sessualità è, allora il luogo della comunicazione piena, dell’accoglienza, della comunione, dell’amore, della fecondità e della gioia.
Pertanto l'affettività/sessualità non ha bisogno necessariamente di esprimersi nell’esercizio della sessualità. Direbbe papa Benedetto con il parole di Deus caritas est: “il rifiuto dell'eros non è il suo «avvelenamento», ma la sua guarigione in vista della sua vera  grandezza”. (5)
L’identità sessuale della persona umana rientra nel disegno di Dio. Si potrebbe dire che è l’impronta che Dio ha lasciato nella creatura umana.
Dio non è solitudine, ma è “relazione”: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono eternamente in una relazione di amore.
In forza di questa impronta ogni persona non può vivere e realizzarsi nella solitudine, ma solo nella relazione.
 
Ne deriva che la vocazione fondamentale della persona umana è l’amore. Ha scritto Giovanni Paolo II in Redemptor hominis: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (10).
Anche quando l’uomo è chiamato a seguire una vocazione particolare nella verginità o nel celibato, è comunque chiamato all’amore. E questa chiamata presuppone una grande maturità affettiva e sessuale. Una maturità affettiva e sessuale che consenta al sacerdote di essere chiama in spirito e verità “padre”.
Ogni persona umana, e quindi anche il sacerdote, è relazione e in relazione.
Ogni persona umana, e quindi anche il sacerdote, è mente e cuore.
Anche il sacerdote dall’essere amato va verso l’amore, dall’essere oggetto di cura va verso l’aver cura per ogni creatura incontrata. Può responsabilmente rinunciare a generare figli, ma non ad essere ‘padre’.
Scriveva Benedetto XVI in Deus caritas est: “amore è «estasi», ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall'io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio”. (6)
 
La capacità di amare aiuterà il sacerdote a coinvolgersi nella vita della gente, a partecipare delle loro gioie e speranze, in coerenza con la propria vocazione.
La risorsa affettiva non è quindi qualche cosa da eliminare, da mettere tra parentesi o una tentazione ricorrente da cui fuggire, ma una dimensione propria della persona umana che consente e facilita una dedizione appassionata, entusiastica e amorevole a ogni persona e a tutte le persone, al servizio delle quali il presbitero ha consacrata la vita.
 
Le riflessioni fin qui condotte riconducono a un unico snodo che potremmo definire “l’umanità” della persona umana.
Ho letto non molto tempo fa un libro, il cui titolo ha attirato la mia attenzione perché l’avevo letteralmente espresso in una mia opera giovanile: “Diventare uomini di umanità”!
L’aspetto umano della personalità ha sempre avuto un posto di privilegio nella mia riflessione. E grande attenzione ho dedicato alla umanità del prete. E ho esultato quando Giovanni Polo II in Pastores dabo vobis ha riservato il primo posto alla formazione umana insieme a quella teologica, spirituale e pastorale.
 
Non è facile né definire né descrivere l’umanità. Essa è la qualità morale che rende l'uomo degno di esser chiamato tale.
L'umanità è la virtù dell'uomo in quanto tale, portatore di sensibilità e razionalità.
«Umanità» indica, altresì, una disposizione morale, una interiore sensibilità rivolta a informare l'azione di alti valori e di larga comprensione. indica una virtù, la bontà, la larga benevola disponibilità verso gli altri. Ne discende il concetto di humanitas che coincide con la vita morale, quale vita secondo ragione e quindi in perfetta consonanza con le strutture ontologiche dell'uomo e del mondo in cui l'uomo vive.
 
L'umanità è la virtù di tutti coloro per i quali ha senso parlare di virtù.
Dopo questi tentativi di descrizione piuttosto che di definizione del concetto di “umanità” occorrerà riempire il concetto di contenuti. Che sono: le virtù umane dell'amore per la verità, della libertà, dell'equilibrio, della socievolezza e del buon senso, del superamento dell'isolamento e dell'individualismo, ecc.
 
La via maestra è quella della costruzione di una persona/personalità integrale, libera, soggetto di e in relazione, esperta in umanità,   
Non sempre si è guardato a una autentica e piena antropologia cristiana; in alcune epoche essa è stata distorta, insistendo su una vera e propria separazione fra materia e spirito, corpo e anima, nel rifiuto della realtà materiale.
Tutto ciò comportava una sorta di schizofrenia, causando una personalità dicotomizzata nel singolo soggetto.
Ecco allora soggetti che, pur dotati di una solida spiritualità, autenticamente orientati su una via di vera mistica e ascetica, trovano molta difficoltà a comunicare e relazionarsi con gli altri.
Una buona base umana fisica e psichica è imprescindibile per la crescita dei valori cristiani: si è capaci di fidarsi degli altri nella misura in cui si ha fiducia in se stessi; si considerano importanti gli altri quando si è consapevoli della propria dignità; si apprezzano gli altri se si ha stima se stessi.
 
La costruzione della persona e della personalità esige una un'unità in cui la distinzione fra corpo e anima, fra materiale e spirituale, fra naturale e soprannaturale non diventa separazione, bensì elemento costitutivo dell'unico soggetto, che è la persona umana.
E’ una questione di la consistenza fisica e psichica: la chiamano così gli psicologi. E’ pur vero che la vita spirituale tiene conto della grazia; ma non può essere mortificata la struttura psicologica della persona: l’una porta a compimento e maturazione l’altra, in una sinergia necessaria.
La grazia risplende anche negli aspetti psicologici. Quando la grazia trova canali aperti gli effetti sono visibili, di serenità, di gioia, di sapienza, di fiducia, di speranza, di equilibrio, di affettività matura, di capacità di amare, di far innamorare di Cristo attraverso la compiutezza e la generosità.
 
Ogni tipo e ogni forma di dualismo, che potrebbe dare come risultato una persona divisa, non appartiene all’antropologia cristiana.

A voler concretizzare una autentica integrazione umana favorisce:
·         un'autentica immagine di sé, accompagnata dalla capacità di riconoscere i propri punti di forza e di debolezza;
·        stabilità emozionale: capacità di comprendere e controllare i propri sentimenti;
·        autentica capacità di relazione che consenta l’accettazione dell’altro per quello che l’altro è e non per quello che io vorrei che fosse;
·        maturità affettiva; la capacità di darsi veramente e totalmente agli altri; una disciplina nei confronti della propria sessualità, che presuppone la maturità e la capacità di andare oltre il livello fisico, inclusa la conoscenza e la stima dell'altro;
·        una visione sicura e critica del mondo e dell'umanità;
·        una concezione unificante della vita, che renda la persona in grado di vedere la finalità delle proprie attività, di dare un ordine di priorità ai diversi valori e di mantenere rapporti sereni con gli altri
·        la capacità di essere onesti con se stessi.
 
Insomma: sacerdoti veri uomini per essere autentici testimoni di Gesù Cristo, il Salvatore.
In questo contesto di richiamo alla umanità del sacerdote, diventare santi, dovrebbe significare innanzitutto diventare veri uomini, uomini in pienezza di vita, come Gesù che è stato vero uomo, pienamente uomo.
Teofilo vescovo di Antiochia, vissuto alla fine del II secolo, ha tradotto l’espressione ‘siate santi’ con ‘siate umanamente santi’, cioè siate santi nella dimensione umana, non dimenticando che è nell’umanità che si deve testimoniare la santità: straordinari nell’ordinario.
Conformi a Cristo Gesù nel quale risplende l’immagine di Dio impressa nel cuore di ogni uomo.
 
 
 
 
Tommytom
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giovedì, 02 luglio 2009, ore 09:17

Terminata la «corsa»
dell’Anno Paolino 
Lo scorso 28 giugno tutta la Chiesa cattolica ha concluso con la celebrazione dei primi vespri dei Santi Pietro e Paolo l’Anno Paolino nel bimillenario della nascita del grande Apostolo di Tarso.
Un ineguagliabile «kairós» dello Spirito che ha ricuperato e rivitalizzato la figura eccezionale dell’Apostolo delle Genti, dei suoi viaggi missionari, delle sue Lettere.
Papa Benedetto, nell’Omelia della Messa dei SS. Pietro e Paolo ha detto: “Nell’Anno Paolino ... abbiamo cercato di ascoltare in modo nuovo lui, il “maestro delle genti”, e di apprendere così nuovamente l’alfabeto della fede. Abbiamo cercato di riconoscere con Paolo e mediante Paolo il Cristo e di trovare così la via per la retta vita cristiana”.
 
Parafrasando San Paolo, possiamo dire, senza tema di esagerazione o di trionfalismo che la Chiesa, ha corso bene la corsa dell’Anno Paolino e ora si proietta verso ciò che le sta davanti.
 
Già: che cosa attente la Chiesa nel primo decennio del nuovo millennio dell’era cristiana?
Se lo sarebbe certamente chiesto san Paolo in un impietoso bilancio, in una verifica puntigliosa, in una progettazione pastorale concreta e praticabile. 

1. L’incalzante compito dell’annuncio.
Il ministero dell’annuncio di Gesù Cristo e del Suo Vangelo – con ogni mezzo, con ogni forma di linguaggio – è l’impegno inderogabile che la Chiesa deve affrontare. Con la stessa passione di Paolo e, come direbbe lui, in ogni occasione opportuna e non opportuna (2Tm 4,2). Quella dell’annuncio è una vera passione che non può che radicarsi e fondare in una autentica vita in Cristo.
Quello che ci attende è innanzi tutto la trasformazione e la permanente conversione della Chiesa – dei suoi membri e delle sue strutture – per rendere sempre più credibile il messaggio integrale della salvezza di Cristo Gesù.  
 
2. La missione.
Ciò che attende la Chiesa, ciò che le sta davanti è la missione che, per quanto difficile possa apparire, non è più difficile della missione affrontata da San Paolo e dai primi cristiani agli albori della Chiesa nascente.
Allora sì la Chiesa era una minoranza socialmente e sociologicamente insignificante!
Inoltre so stesso ambiente culturale era più complesso e complicato dell’attuale; più inaccessibile e impermeabile del nostro per quanto difficile e intricato possa risultare quello contemporaneo.
 
Quale, dunque, la chiave di penetrazione, di azione per la missione dell’annuncio?
 
La risposta la offre ancora San Paolo: Gesù Cristo e la sua grazia. «Tutto io posso in Colui che mi da la forza» (Fil 4, 13).
 
Ci deve bastare la sua grazia, poiché la nostra forza è proprio la nostra debolezza: “quando sono debole, è allora che sono forte”. (2Cor 12,10)
 
Sì, senza infantilismi e senza facili pietismi, con realismo e verità la chiave e il cammino per la missione e l’annuncio della Parola sono proprio Gesù Cristo e la sua grazia. Egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12, 9).
 
E’ Cristo e la sua grazie che portiamo come “tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2Cor 4,7).
E’ il «tesoro in vasi di creta» della nostra umanità, della nostra debolezza, delle nostre comodità, delle nostre accidie e pigrizie, delle nostre «complicità» con la cultura dominante relativistica e secolaristica e con tutto ciò che appare essere socialmente e politicamente corretto.
 
Ora l’Anno Paolino è concluso.
Ma il papa Benedetto XVI, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, proprio annunciando la conclusione dell’anno giubilare ha detto: “L’Anno Paolino si conclude, ma essere in cammino insieme con Paolo, con lui e grazie a lui venir a conoscenza di Gesù e, come lui, essere illuminati e trasformati dal Vangelo – questo farà sempre parte dell’esistenza cristiana. E sempre, andando oltre l’ambiente dei credenti, egli rimane il “maestro delle genti”, che vuol portare il messaggio del Risorto a tutti gli uomini, perché Cristo li ha conosciuti ed amati tutti; è morto e risorto per tutti loro”.  
 
Pertanto, concluso l’Anno Paolino, è suonata l’ora della missione!
Una missione che sarà fattibile solo attraverso l’incontro trasformatore e trasformante con  Cristo «e questi crocifisso e risorto» (cf. 2Cor 2,2).
 
Inizia così la nuova e permanente “corsa”.
E, speriamo - un giorno - di poter dire con San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2Tm 4,7).
E poter ricevere, come Paolo, la corona della gloria che non appassisce.
Tommytom
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mercoledì, 01 luglio 2009, ore 09:13

Paolo parla ancora
per una
nuova evangelizzazione 
 
SanPaolo.2
Con la celebrazione dei primi Vespri nella solennità dei Santi Pietro e Paolo si è concluso l’Anno Paolino, convocato da Benedetto XVI per ricordare il bimillenario della nascita dell’Apostolo delle Genti.
 
Giunti alla fine di questo itinerario, rendiamo comunque grazie a Dio, poiché l’anno speciale che si è appena concluso ha concesso alla Santa Chiesa di Dio di parlare un po’ di più di S. Paolo, dei suoi Scritti, di conoscere la sua vita, il suo ministero missionario. Ora quando nella Liturgia della Parola delle messe festive sentiremo proporre un brano dei suoi scritti, lo ascolteremo – spero – con una maggior familiarità dovuta, forse, ai dodici mesi trascorsi ...- “in sua compagnia”.
 
Non sono in grado di dire cosa si sia fatto nelle singole Chiese locali per onorare l’opportunità che ci è stata offerta dall’amato papa Benedetto. Tutti speriamo e auspichiamo che questo anno non sia trascorso invano in merito alle finalità e agli obbiettivi che ci erano stati consegnati il 28 giugno 2008.
Papa Benedetto proprio all’Angelus del giorno di chiusura dell’anno paolino ha accennato a un “quasi bilancio”: E’ stato un vero tempo di grazia in cui, mediante i pellegrinaggi, le catechesi, numerose pubblicazioni e diverse iniziative, la figura di san Paolo è stata riproposta in tutta la Chiesa e il suo vibrante messaggio ha ravvivato ovunque, nelle comunità cristiane, la passione per Cristo e per il Vangelo. Rendiamo pertanto grazie a Dio per l’Anno Paolino e per tutti i doni spirituali che esso ci ha portato.
 
Personalmente mi auguro che almeno l’omelia domenicale sia stata l’occasione più propizia per indulgere sugli scritti paolini, di norma proposti nella seconda lettura.
 
Nel corso dell’Anno paolino il Santo Padre stesso ha dedicato 20 catechesi sulla figura, le lettere e la missione di San Paolo pronunciate nel corso dell’udienza generale del mercoledì.
La Libreria Editrice Vaticana ha già raccolto in una edizione speciale gli insegnamenti di Papa Benedetto.
E anche sul sito Internet della Santa Sede (www.vatican.va) è possibile meditare le 20 catechesi in parola.
 
L’auspicio è che tutti abbiamo, almeno un po’ di più, capito e conosciuto San Paolo.
 
Solo gli innamorati innamorano
 
La forza di San Paolo nasce dalla sua profonda esperienza interiore: "vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”  (Gal 2, 20).
Con la coscienza di sapersi amato incondizionatamente da Cristo, Paolo ha vissuto con radicalità i consigli evangelici: Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. (2 Cor 12, 15).
La conseguenza logica di tutto questo è che la figura di Paolo ha attratto e attrae moltissime persone alla sequela di Cristo: Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo.(1 Cor 11, 1).
 
Vi è in questi presupposti una intuizione attualissima che potrebbe segnare il proposito, l’agire, l’impegno, il frutto di questo Anno Paolini: la Nuova Evangelizzazione che    potrà essere operata soltanto da chi davvero è innamorato di Cristo, come lo fu Paolo.
 
Le caratteristiche del momento che viviamo accentuano con evidente chiarezza questo convincimento. La strisciante secolarizzazione presente anche all’interno della Chiesa, cui ha fatto riferimento esplicito papa Benedetto il giorno del Corpus Domini, si caratterizza da uno stile di vita rilassata, allergica a qualunque forma di sacrificio e di rinuncia, che si esprime perfettamente nella cultura dominante fatta di permissivismo e di relativismo etico.
L’esperienza dimostra che nonostante la grande fatica impiegata e le grandi energie profuse, tutti i progetti pastorali delle nostre Chiese sono condannati alla sterilità.
 
San Paolo non cercò gratuitamente i conflitti, ma non li ha tuttavia scansati allorquando gli si sono presentati. Mai ha ceduto alla tentazione di procurare una fasulla armonia con chi gli stava attorno, ma combatté decisamente e audacemente con la spada della parola. Nel suo ministero apostolico non sono mancate incomprensioni e dispute, come egli stesso riconosce n ei suoi scritti: "dopo avere prima sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte... Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete, né avuto pensieri di cupidigia: Dio ne è testimone” (1 Ts 2, 2. 5).
 
Non possiamo certamente dire che la chiave del ministero di San Paolo sia stata quella del suo spirito combattivo! Ma non v’è dubbio alcuno che la chiave dello spirito combattivo di Paolo trova ragione nel suo incontro con il Risorto. “Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo(Fil 3, 8). 
Ciò che motiva San Paolo è il fatto di essere amato da Cristo, da cui egli fa derivare uno zelo apostolico travolgente.
Lo spirito del combattimento che Paolo di Tarso esprime anche nelle sue Lettere, così come la sua capacità di soffrire sono proporzionati al suo amore per Gesù Cristo.
 
La sapienza della croce, culmine dell’amore
 
Tutta la vita di San Paolo è un esempio pratico del messaggio evangelico che ci introduce nella sapienza della croce: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio (1 Cor 1, 23-24).
 
Benché possa sembrare paradossale, la croce è “sapienza” per i giudei poiché rivela l’autentico volto di Dio, che il Testamento Antico aveva potuto mostrare solo parzialmente. Allo stesso tempo la croce  è “sapienza” per la filosofia greca molto sicura di se stessa e della sua logica.
Grazie a Gesù Cristo la croce ha convertito proprio in ragione della sua umiltà che apre al mistero della grazia divina. Ne ha fatto diretta esperienza San Paolo durante tutta la sua vita: Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo ... quando sono debole, è allora che sono forte(2 Cor 12, 9-10).
E’ questo il dono che ci fa San Paolo a conclusione del suo Anno Giubilare: la sapienza della croce, rivelatrice dell’amore.
La croce è la via che certifica e rende autentico l’amore ... Non abbiamo paura, non temiamo la croce; sarebbe come temere e aver paura dell’amore!
E’ impossibile accostarsi alla figura di San Paolo senza accogliere l’invito alla conversione. 
 
Diamo gloria a Dio per la vita di Saulo di Tarso testimone di un amore appassionato per Dio e per ogni cristiano.
Rendiamo grazie a Dio per il dono sapiente fattoci da Benedetto XVI di questo’Anno Paolino, che mentre conclude il suo ciclo, dischiude l’impegno di una audace e gioiosa testimonianza per una efficace Nuova Evangelizzazione.
Tommytom
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martedì, 30 giugno 2009, ore 09:31

Anno Sacerdotale:
perché non parlare anche
dei sacerdoti “buoni”?
 
 

Non passa giorno in cui il circuito mass mediatico mondiale non metta in primo piano le sventure e le malefatte dei preti, soprattutto quelle più delittuose. E a ragione!
La Chiesa non ha mai taciuto i “delicta graviora”; ha chiesto perdono per tutto ciò che di infame è stato perpetrato da sacerdoti che hanno abusato di minori.
Lo stesso Benedetto XVI lo ha fatto pubblicamente e per iscritto. Nella Lettera di indizione dell’Anno Sacerdotale il Santo Padre ha scritto: “Ci sono, purtroppo, situazioni mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo di scandalo e di rifiuto”.
Sono certo: lo farà ancora; lo farà tutte le volte che vi sarà un prete che si macchierà di un orrendo delitto, soprattutto se commesso su esseri indifesi e innocenti.
 
E’ giusto che la gente conosca tutto ciò.
Ma all’inizio di quest’anno sacerdotale oso avanzare una proposta.
E cioè: con lo stesso “zelo” con cui – e lo ribadisco – giustamente si denunciano i delitti, in questo anno sacerdotale è chiedere troppo che il circuito mass mediatico si occupi anche dei sacerdoti buoni e del sacerdozio?
Lo stesso papa Benedetto nella citata Lettera ha scritto: “Ciò che massimamente può giovare alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio, concretizzato in splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore per Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti”.
 
Non è davvero nascondendoci dietro l’indicazione della minima percentuale che coinvolge i sacerdoti che i delitti perdono o abbassano il livello della loro gravità; non è davvero sostenendo che il più elevato numero di atti di pedofilia si registra all’interno delle pareti domestiche - alla stessa stregua degli atti di violenza sulle donne – che gli atti commessi da religiosi ottengono attenuazione: tutt’altro!
Si continui, doverosamente, a denunciare i fatti delittuosi e infamanti commessi su fanciulli a cui viene strappata l’innocenza e la gioia della loro vita incipiente, ma oso chiedere che in quest’anno sacerdotale la stampa, la televisione, chi rilascia interviste, chi scrive, chi parla di preti, non dimentichi i sacerdoti che ogni giorno vivono con fatica, con onestà, con impegno, con generosità, il proprio sacerdozio, pur nella difficoltà e con il peso della propria natura umana. La stragrande maggioranza dei sacerdoti è fatta di uomini autentici che si sono consacrati a Dio per servire il popolo. Essi non son o né migliori né peggiori di tante persone e come ogni persona anche il sacerdote conosce la fatica del progredire nel bene e la tentazione iscritta nei limiti propri della natura umana.
 
Tutti conosciamo sacerdoti che sono persone molto degne , impegnate con grandi sacrifici personali e grande generosità verso tutti gli uomini e le donne.
 
    Chi scrive e parla di preti deve sapere che il 99% dei preti vive il proprio sacerdozio e il proprio ministero con gioia e totale dedizione.
      Chi scrive e parla di preti deve sapere che il fattore celibato, il prete di oggi non lo vive come problema, anche se la fedeltà all’impegno assunto costa e nessuno la nega.
    Chi scrive e parla di preti deve sapere che la stragrande maggioranza dei sacerdoti è felice di aver messo la propria vita nelle mani di Gesù Cristo, anche se sa bene che per questo deve far di conto con la solitudine, l’incomprensione, talvolta la contestazione, ecc ...
    Chi scrive e parla di preti deve sapere che la quasi totalità dei sacerdoti si fa buon samaritano accanto ai fratelli spesso i più disagiati, i più soli, i più poveri.
 
Perché, allora non passa giorno che il circuito mediatico metta in evidenza e scriva solo di notizie negative sul mondo dei sacerdoti?
E’ vero che la nostra gente ha del sacerdote l’idea di uomo perfetto; il sacerdote è alter Christus, ipse Christus; per questo le attese sono alte!     
Per questo stridono ancor più quei relativamente pochi sacerdoti che sono coinvolti in gravi situazioni immorali o delittuose.
 
Ma ci sono tutti gli altri, la stragrande maggioranza dei sacerdoti, nei confronti dei quali papa Benedetto ha avuto parole toccanti: “Permette – ha detto il Papa -  di evocare con tenerezza e riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità. Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza. Come non sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio infaticabile e nascosto, la loro carità tendenzialmente universale? E che dire della fedeltà coraggiosa di tanti sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione: quella di “amici di Cristo”, da Lui particolarmente chiamati, prescelti e inviati?”
 
Sono questi i sacerdoti di cui dar conto.
Sono questi i sacerdoti di cui parlare.
Sono questi i sacerdoti che vanno proposti alla pubblica opinione, non già per stendere un velo pietoso sui delitti di pochissimi altri, ma per onestà intellettuale. Non c’è solo il male; non esistono solamente le nefandezze; non esistono solo i preti che delinquono!
E oltre a onorare la verità - la verità relativa alla stragrande maggioranza di sacerdoti – credo che sia doveroso sostenere la fede nel sacerdozio da parte della nostra gente.
 
E’ vero che sono mutate le circostanze socio-culturali della nostra epoca; è vero che siamo di fronte a una crescente secolarismo e relativismo etico, è vero che assistiamo a un perdurare di crisi che coinvolge la famiglia, la quale, oltre alla riduzione numerica dei propri componenti (spesso padre, madre e un figlio) non riesce più a trasmettere ai figli i valori cristiani e umani che possono disporre i giovani all'ascolto della chiamata al sacerdozio.
Ma è innegabile che la distanza, l’indifferenza, il rifiuto dell’ideale sacerdotale e di una vita consacrata a Cristo nel ministero sacerdotale è frutto anche di un battage mass mediatico che si fa solo dei sacerdoti che delinquono.
 
La percentuale del calo delle vocazioni sacerdotali è ormai in caduta libera almeno nei Paesi di antica tradizione cristiana.
Il numero dei sacerdoti in cura d’anime si fa sempre più esiguo e quasi tutti questi sacerdoti debbono provvedere a più parrocchie.
Non voglio inoltrarmi nel terreno dei dati statistici, ma è certo che la situazione è complessa e tragica soprattutto se considerata nella prospettiva dei prossimi 10/15 anni.
Il nostro Vecchio Continente – Italia compresa! – dovrà, con ogni probabilità, dire grazie ai sacerdoti fidei donum che proverranno dall’Africa e dall’Asia, dove si rilevano degli aumenti delle vocazioni rispettivamente del 27,6 e del 21,2 per cento.
 
Tornando a noi e alla nostra proposta chiedo che con onestà intellettuale, sempre, ma soprattutto in quest’anno sacerdotale sia accolto l’invito del papa Benedetto e mentre si continueranno a denunciare i gravi e innominabili delitti, si dia spazio alla santità e alla bellezza del sacerdozio e a quei sacerdoti che lo onorano non senza il pondus diei – la fatica del giorno, la rinuncia, la lotta, la caduta e la risurrezione.
Vi sono esperienze di vita sacerdotale, di rapporti ecclesiali e sociali ai quali debbono essere riservati attenzione, considerazione e fiducia memori del proverbio africano: Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce.
 
La Chiesa va fiera dei propri sacerdoti li ama, li venera, li ammira e riconosce con gratitudine il loro lavoro pastorale e la loro testimonianza di vita. Al sacerdote la Chiesa e la società chiedono che egli non abbia complessi: il prete non è un professionista, è alter Christus!
Nessuno potrà togliere una tale realtà ontologica: né la propria insicurezza, né i propri limiti, né i propri errori.
 
Per questo, con umiltà profonda, i sacerdoti chiedono il sostegno della preghiera perché nulla possa separarli dall’amore di Dio, cui si sono consacrati.
 
Tommytom
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lunedì, 29 giugno 2009, ore 09:41

29 giugno:
la festa del Papa
 
Benedetto 16.22
Nella solennità degli Apostoli Pietro e Paolo, la Chiesa  celebra il Giorno del Papa, quale successore del Beato Pietro nella Cattedra di Roma e Pastore della Chiesa universale.
 
1. Quale il significato di questa Giornata?
 
Il significato di questa giornata dedicata al Papa è quello di riconoscere e confermare i vincoli di comunione nella fede e nella carità, mediante la adesione effettiva ed affettiva alla persona di Colui che è in virtù della sua missione di Vicario di Cristo, successore di Pietro, Pastore Universale, principio e fondamento visibile dell’unità della Chiesa. (cf. LG 22-23).
Il Papa è Pietro: parla il Papa, parla Pietro; parla Pietro, parla Cristo; amare il Papa, è amare Pietro, è amare Cristo: in Pietro si celebra il Papa, si celebra Cristo.
Disse il Papa Pio XII nel corso dell’udienza generale di mercoledì 17 gennaio 1940: “I successori di Pietro, mortali anch'essi come tutti gli uomini, passano, più o meno rapidamente. Ma il primato di Pietro sussisterà sempre, coll'assistenza speciale che gli fu promessa, quando Gesù lo incaricò di confermare i suoi fratelli nella fede (Luc., XXII, 32). Quali che siano il nome, il volto, le origini umane di ogni Papa, è sempre Pietro che vive in lui; è Pietro che dirige e governa; è Pietro soprattutto che insegna e diffonde sul mondo il lume della verità liberatrice”
 
Non c’è momento più appropriato di questo per stringerci attorno al Papa rinnovando il nostro omaggio di fede e di amore.
Diceva San Gerolamo: Dato che Gesù Cristo ha fondato la sua Chiesa su Pietro, ogni cristiano deve essere in comunione «con la Cattedra di san Pietro. Io so che su questa pietra è edificata la Chiesa» (Ep. 15,2). Conseguentemente, senza mezzi termini, dichiarava: «Io sono con chiunque sia unito alla Cattedra di san Pietro» (Ep. 16).
Questa deve essere la nostra naturale inclinazione e attitudine. Esse uniti al Papa significa stare con Cristo, poiché non c’è Chiesa senza Cristo, n on c’è Cristo senza Chiesa e senza il suo Capo visibile che è il Papa.
 
2. Stare con Papa Benedetto
 
Oggi la Chiesa il Successore di Pietro è Benedetto XVI, testimone della verità, umile lavoratore nella vigna del Signore.
 
La misura del nostro essere uniti al Papa sta nella adesione alla vera e autentica dottrina cattolica, che ha valore per tutta la Chiesa.
«Ubi Petrus, ibi Ecclesia, ibi Deus. Vogliamo stare con Pietro, perché con lui c’è la Chiesa, con lui c’è Dio...
Stare con il Papa significa situarci al centro della problematica attuale; Lui, come Pastore della Chiesa universale, vigilante e buon samaritano, è sempre molto vicino e ben conosce gli avvenimenti della Chiesa e degli uomini, e ci orienta e ci conferma secondo le parole di Gesù: “conferma i tuoi fratelli nella fede”, “pasci le mie pecorelle”, mentre con le parole che Paolo VI diceva di sé stesso, anche Benedetto ripete: “Prima di essere maestro, sei discepolo, alunno più di nessun altro della trascendente e benedetta Parola di Dio”.
 
3. Nel giorno del Papa i cattolici devono pregare per lui e sostenerlo nel suo ministero petrino.
 
Fin dagli inizi della Chiesa, quando Pietro era in carcere, tutta la comunità cristiana pregava intensamente Dio per lui (cfr. Atti 12, 59). Oggi tuta la Chiesa ha il dovere di pregare per il papa Benedetto.
Benedetto XVI, fin dal primo momento della sue elezione alla Cattedra di Roma, ha chiesto di accompagnarlo “con le preghiere, perché possa compiere fedelmente l’alto compito che la Provvidenza divina mi ha affidato quale Successore dell’apostolo Pietro e vescovo di Roma, chiamato a svolgere un peculiare servizio nei confronti dell’intero Popolo di Dio”.
Non facciamo mancare all’amato papa Benedetto le preghiere che umilmente ha chiesto ed eleviamole a Dio – mediatrice la Vergine Madre perché lo aiuti a portare la pesante croce del ministero apostolico.
 
Oggi “questo” Papa è pesantemente attaccato.
Ne ho parlato molte volte, cercando di dimostrare gli attacchi che pressoché quotidianamente gli vengono mossi se il Papa “non la pensa” come la pensano i suoi critici. Spesso le critiche si trasformano in e veri e propri attacchi. Contro di lui si sono pronunciati e si pronunciano, giornalisti, storici opinionisti, testate giornalistiche nazionali e internazionali, organizzazioni come il Fondo Monetario internazionale, e addirittura il Governo del Belgio; sembra che ci stia pensando anche quello spagnolo.
 
"Il papa non è mai solo”, aveva detto Benedetto XVI a proposito delle voci sul suo “isolamento” suscitate dal tono sofferto di certe frasi contenute nella sua Lettera ai vescovi sul ritiro della scomunica ai lefebvriani. Sarà: ma certamente continua ad essere sotto attacco, da fuori e da dentro il mondo cattolico, da fuori e da dentro la sua Curia!
Sembra di assistere a una forma del magistero parallelo; qualcuno ha scritto che dentro la Chiesa qualcuno procede “etsi Benedictus non daretur”.
Ed è oltremodo doloroso che si scriva apertamente di “correnti alle spalle del Papa” all’interno della Curia Romana e del Vaticano.
E’ da brivido leggere, addirittura, di schemini di cardinali e vescovi l’un contro l’altro armati, di cui da conto in questi giorni un noto settimanale italiano che non fa mistero che “nei sacri palazzi le manovre per un futuro Conclave sembrano essere già iniziate”!  
 
L’aveva anticipato Gesù nel Vangelo. Rivolgendosi a colui che sarebbe divenuto Pietro, Gesù disse: “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». (Lc 22, 31-32)
Dobbiamo avere consapevolezza che oggi non è in gioco questo o quel punto della dottrina o della morale cristiana o della disciplina della Chiesa, ma il cristianesimo stesso nella sua originalità!
Nessuna persona sulla terra ha un carico di responsabilità con tensioni di proporzioni vastissime come il Santo Padre. Gesù stesso ha pregato il Padre per la Chiesa.
Oggi noi preghiamo per la Chiesa e per il Papa Benedetto rimanere uniti a lui lasciandoci confermare dalla sua parola e dal suo magistero.
Stare con il Papa è stare con Gesù Cristo
 
Allora: stare con papa Benedetto, orazione fervente per lui, difendere e diffondere il suo magistero: ecco il modo e il contenuto spirituale di questo Giorno del Papa nella festa dei Santi Pietro e Paolo


* * *


Preghiamo il Signore per il nostro Santo Padre il Papa Benedetto XVI: il Signore che lo ha scelto nell'ordine episcopale gli conceda vita e salute e lo conservi alla Sua santa Chiesa come guida e pastore del popolo santo di Dio.

Dio onnipotente ed eterno, apienza che regge l'universo, ascolta la tua famiglia in preghiera e custodisci con la tua bontà il Papa che tu hai scelto per noi, perché il popolo cristiano, da te affidato alla sua guida pastorale, progredisca sempre nella fede.      
Tommytom
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sabato, 27 giugno 2009, ore 19:01

TEMPUS PER ANNUM - XIII DOMENICA
 
«Non temere,
soltanto abbi fede!»

Nel Vangelo di questa domenica l’evangelista Marco prosegue il racconto avviato domenica scorsa in cui Gesù, sgridando il vento e le onde, ha fatto tornare la calma sul lago di Tiberiade.
Dopo alcuni giorni, ecco una nuova giornata del Maestro: ancora una volta sono sulla riva del grande lago, con tanta folla che si è radunata per ascoltare il Rabbi.
 
Il Vangelo ci parla di una bambina che versava in disperate condizioni di salute. Il padre, Giàiro, va da Gesù perché salvi sua figlia che sta morendo. Ma mentre sta informando il Maestro della situazione estremamente grave giunge la notizia che la bambina è morta.
Gesù non batte ciglio e dice al padre: “Non temere: tu continua solo ad avere fede; e si reca alla casa della morta e la bambina viene riportata alla vita. Gesù le fa dono della rinascita fisica, ma soprattutto della rinascita spirituale.
 
L’insegnamento del Vangelo odierno è chiaro: ci parla della fede.
È la fede che guarisce e che salva!
Mio nonno ripeteva spesso: “E’ la fede che fa i miracoli”!
Che cosa significa tutto questo?
Che la fede - il vero elemento centrale di questi racconti - è efficace nelle situazioni e nelle storie più diverse.
E’ la fede che opera la salvezza.
 
Domenica scorsa Gesù diceva agli apostoli impauriti: “Non avete ancora fede?” E, oggi, a Giàiro raccomanda: “Non avere paura, solo continua ad avere fede”.
Questa è la differenza sostanziale tra chi frequenta Gesù e chi crede in Gesù il figlio di Dio, il Messia e Salvatore.
Quante volte abbiamo da ricordare a noi stessi questo invito: in tutte le situazioni di gioia o di preoccupazione, dobbiamo continuare ad avere fede, ad affidarci a Lui, a pregare, ad amarlo, ad amare il prossimo: la fede sarà sempre una luce forte per il cammino della vita e potrà anche farci sperimentare la presenza e la grazia del Signore.
 
C’è una domanda che attende una nostra personale risposta: Ho fede io in Gesù di Nazareth?
Il Vangelo di oggi vuol condurci a toccare con mano Gesù nel solo modo possibile: con la fede che lo riconosce risorto e Signore che dà la vita.
 
La fede placa le tempeste interiori, la fede ci guarisce dalle ferite interiori, la fede ci risuscita.
Questa è la riflessione della Chiesa.
E di tutti noi: spero.
Tommytom
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sabato, 27 giugno 2009, ore 09:04

Verso la chiusura
dell’Anno paolino
 
 
L’anno giubilare dedicato al bimillenario della nascita di S. Paolo sta volgendo al termine.
Con la celebrazione dei Vespri solenni della festa dei Santi Pietro e Paolo, Benedetto XVI porrà il sigillo sulle celebrazioni paoline 2008/2009.
 
Durante quest’anno la comunità cristiana ha avuto modo di riflette sul ministero dell’Apostolo delle Genti e sugli scritti che egli ci ha lasciato.
 
Di san Paolo mi hanno sempre molto coinvolto due elementi fondamentali della sua fede e del suo insegnamento: la sua unione a Cristo e l’unità tra i Suoi discepoli.
 
Non v’è dubbio che la centralità di Cristo è dominante in Paolo di Tarso. Papa Benedetto, che ha definito San Paolo il 13.mo apostolo, ha ricordato che negli scritti paolini per 500 volte è citato il nome di Dio e per 380 il nome di Cristo.
Per il giudeo fervoroso di tarso, il Dio di Israele, del Sinai e dei suoi padri e maestri è lo stesso di quello che si è fatto uomo per noi uomini e per la nostra salvezza, quello della nuova alleanza, colui che è morto sulla croce e d è risorto.
Questo Cristo, di cui Paolo è innamorato, lo incontra per la prima volta non fuori dalla Chiesa ma nella comunità cristiana. Infatti, prima che il Signore gli si sia rivelato sulla via di Damasco, Paolo aveva avuto notizie di Gesù di Nazaret nella comunità cristiana di Gerusalemme.
 
Certamente non aveva accolto i suoi insegnamenti dal momento che era persecutore degli stessi; tuttavia in qualche modo conobbe Cristo proprio mediante la Chiesa.
 
Sono tante le persone che di Gesù hanno una conoscenza poco chiara se non addirittura errata. Forse non lo perseguitano come ha fatto Paolo, ma si limitano a considerarlo come un fenomeno religioso più o meno vitale, che non aggiunge nulla alla propria vita, che scorre comunque.
Rispettano le credenze dei cristiani, che in molti casi ricordano gli insegnamenti dei loro genitori e dei loro nonni, ma la loro vita trascorre indifferente a codesti medesimi insegnamenti.
 
Sono tanti ormai a pensarla e a vivere così!
Etsi Deus non daretur! – Come se Dio non si fosse!
Qualcuno va oltre: che c’entra Dio con e nella mia vita?
E anche ci ragiona così, è persona buona, in maggioranza giovani. Possibile che non desiderino ascoltare la parola di Dio? Poasibile che non volgia misurarsi con una proosta di vita retta?
 
San Paolo, cui abbiamo dedicato un anno intero, un anno giubilare ci serva da ispirazione sia per la forza dei suoi insegnamenti, sia per la sua dottrina sicura, ma soprattutto  per la sua appassionata amicizia con Cristo.
Sarebbe il modo miglio per mettere a frutto l’anni giubilare paolino.
 
 
Tommytom
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venerdì, 26 giugno 2009, ore 09:11

Il sacerdote
e il potere di rimettere
i peccati
 
di San Giovanni Crisostomo
 
  
“Crisostomo”, vale a dire “bocca d'oro”, fu il soprannome dato a Giovanni a motivo del fascino suscitato dalla sua arte oratoria. Nato ad Antiochia in una data non precisabile tra il 344 e il 354, Giovanni si dedicò agli studi di retorica sotto la direzione del celebre Libanio; pare che questi lo stimasse a tal punto da rispondere a chi gli chiedeva chi volesse come suo successore: “Giovanni, se i cristiani non me lo avessero rubato!” Dopo aver ricevuto il battesimo, Giovanni frequentò la cerchia di Diodoro, il futuro Vescovo di Tarso: nel gruppo di discepoli che si radunavano attorno a costui imparò a leggere le Scritture secondo il metodo antiocheno, attento alla spiegazione letterale dei testi, e compì i primi passi lungo quel cammino spirituale che lo condurrà a lasciare la città e a vivere alcuni anni in solitudine sul monte Silpio, nei pressi di Antiochia.
Giovanni Crisostomo ha scritto uno splendido trattato sul Sacerdozio, dal quale riferiamo il testo sulla remissione dei peccati.
 
 
Se alcuno ben consideri che gran cosa è poter avvicinarsi a quella beata e intatta natura, pur essendo uomo e ancora plasmato di carne e sangue, vedrà allora bene di quanto onore la grazia dello Spirito abbia degnato i sacerdoti. Per loro mezzo infatti queste cose si compiono, ed altre ancora per nulla inferiori a queste, sia per dignità, sia in rapporto con la nostra salvezza; quelli che dimorano in terra e sono posti in questa condizione, vengono ordinati ad amministrare le cose celesti e hanno ricevuto una potestà che Dio non ha conferito né agli angeli né agli arcangeli; poiché non fu detto a questi: "Ogni cosa che legherete sulla terra sarà legata anche nel cielo; e ogni cosa che scioglierete, sarà sciolta" (Mt. 18,18). Anche i dominatori sulla terra hanno il potere di legare, ma soltanto i corpi; invece questo legame si applica all’anima stessa e trascende i cieli; onde, checché i sacerdoti compiano quaggiù, questo conferma Dio in alto, e la deliberazione dei servi viene sancita dal padrone. E che vuol dire ciò, se non che ha loro conferito ogni potestà celeste? Dice infatti: "I peccati di coloro ai quali li rimetterete, saranno rimessi; quelli di coloro a cui li riterrete, saranno ritenuti" (Gv. 2,23). Qual potere maggiore di questo? Il Padre ha dato al Figlio ogni giudizio; or io vedo che essi ne furono fatti dal Figlio pienamente depositari. Come se già fossero assunti nei cieli, trascesa l’umana natura e sciolti dalle nostre miserie, così furono elevati a questa dignità. Inoltre, se un re partecipasse a qualcuno dei suoi sudditi quest’onore di poter gettare in prigione chiunque gli piacesse e nuovamente liberarlo, sarebbe costui invidiato e celebrato da tutti; colui poi che da Dio ha ricevuto una potestà tanto più grande quanto il cielo è più augusto della terra, e le anime dei corpi, parrà mai ad alcuno aver egli ricevuto sì piccolo onore, da poter anche solo pensare che altri abbia a mostrare disprezzo verso i depositari di sì eccelse cose? Lungi tale insania! È per vero insania palese, il guardar dall’alto in basso una dignità senza la quale non è dato di ottenere né la salvezza né i beni che ci furono annunziati. Ché se "nessuno può entrare nel regno de’ cieli, se non venga rigenerato per acqua e Spirito, e colui che non mangia la carne del Signore e non beve il suo sangue, viene escluso dalla vita eterna" (Gv. 3,5), e tutte queste cose si compiono da nessun altro fuorché da quelle sacre mani, dico del sacerdote, come potrà alcuno indipendentemente da loro, sia fuggire il fuoco della geenna, sia ottenere le corone riservate? A loro infatti, a loro fu affidata la generazione spirituale, e il partorire per mezzo del battesimo; per mezzo loro rivestiamo il Cristo, siamo consepolti col Figlio di Dio, e fatti membri di quel beato capo. Pertanto dovrebbero essere per noi giustamente più temibili che dominatori e re, non solo, ma anche più venerandi che padri; questi invero ci hanno generati "dal sangue e dalla volontà della carne" (Gv. 1,13), quelli invece ci sono strumento della generazione di Dio, di quella beata rigenerazione, della verace libertà e dell’adozione secondo la grazia.
Tommytom
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giovedì, 25 giugno 2009, ore 09:36

Il sacramento
della Confessione
o Riconciliazione 
  

 
Nella Lettera di indizione dell’Anno Sacerdotale e nell’Omelia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù Benedetto XVI ha attirato la mia attenzione su un tema a me carissimo: il sacramento della confessione o riconciliazione.
L’ha fatto indicando nel Santo Curato d’Ars, patrono dei parroci, il modello del confessore.
 
La confessione!    
Credo sia “il più scomodo fra i sacramenti”.
Certamente è uno dei Sacramenti più disatteso e che molto volentieri è evitato dai nostri fedeli.
Eppure il sacramento della penitenza è quello più necessario all’uomo, dopo il Battesimo proprio per la fragilità della condizione umana.
 
Penso tuttavia che questo sacramento sia disatteso ed evitato per il fatto che i nostri fedeli non lo capiscono. Eppure qui si incontrano l’infinita misericordia di Dio e l’infinita miseria dell’uomo. Agostino lo chiama il sacramento dove,  si incontrano miseria e misericordia!
 
In un ineffabile mistero d’amore, Gesù stesso rimette i peccati attraverso il ministero della Chiesa, ridona la grazia santificante che era stata perduta con il peccato mortale.
La Confessione frequente rafforza la vita cristiana, sostiene la volontà di compiere il bene e di evitare il male.
 
La finalità tipica della penitenza-sacramento è la riconciliazione dell'uomo con Dio, con la Chiesa, con se stesso, derivante dalla remissione dei peccati e accompagnata da un dono specifico di grazia che rende più efficace tutto il dinamismo di vita proprio della conversione. In questa prospettiva, la riconciliazione sacramentale si manifesta come autentica esperienza di comunione, il cui nucleo essenziale è dato dalla reciprocità del dono:
    
 ï‚§        dono di Dio all'uomo e dono dell'uomo a Dio;
      ï‚§        dono della Chiesa all'uomo e dono dell'uomo alla Chiesa.
 
La reciprocità del dono qualifica la riconciliazione sacramentale come gesto di ricostruzione salvifica che si esprime in novità di vita.
Questa novità di vita è data dall'irruzione del futuro ultimo nella storia personale e comunitaria, perché si pone come una ulteriore esperienza del disegno salvifico di Dio nel mondo, come una ulteriore esperienza della Chiesa segno di salvezza tra gli uomini, come una ulteriore esperienza dell'uomo rifatto in Cristo (cfr. PO 5). Nella riconciliazione sacramentale si ha, così, una chiara e reale affermazione dell'ordinamento di tutta la creazione compiutasi definitivamente, anche se non completamente, nel mistero pasquale, perché vi è una reale anticipazione, benché non completa e definitiva della vittoria finale e completa sul peccato.
 
Il senso del peccato
 
"Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l'uomo, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia, abusò della libertà sua, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire II suo fine al di fuori di Dio" (GS 2).
Sono molti i cristiani che oggi si riconoscono peccatori, ma spesso non sanno che cosa sia il peccato, o ne hanno un senso vago e impreciso. Altri, non amano soffermarsi per una introspezione sulle azioni compiute, preferendo piuttosto guardare al loro avvenire e a quello del mondo. Per tutti sembra essersi perso il senso del peccato. Lo denunciò con coraggiosa lungimiranza Pio XII. "Il grande peccato dell'uomo d'oggi e che l'uomo ha perso il senso del peccato".
Era facile, in una società permeata di sacralità, di religiosità, di pietà popolare vivere in riferimento a Dio. Il divino si rivelava operante nelle leggi della natura, nel misteri della fecondità e nello sviluppo della vita, nell'organizzazione sociale e comunitaria, nell'arte e nella cultura. Tutte le tappe dell'esistenza umana erano sorrette e quasi incorniciate da una sacralità per la quale l'uomo si trovava in modo quasi connaturale in contatto con il divino. In questa atmosfera il peccato veniva sperimentato come un mancare alle leggi statiche e immutabili della natura, della vita, dell'organizzazione sociale; mancanza che era vista prevalentemente come un andare-contro il volere di Dio.
 
Il peccato era visto come limite oggettivo nei confronti di una legge che, in ogni caso, occorreva riparare e di cui ci si doveva purificare compiendo certi riti espiatori. In una società secolarizzata, invece, e pregna di progressivo secolarismo, in un mondo in cui l'umano sembra cedere il posto al tecnicismo e l'antropologismo assunto a sistema assoluto, il riferimento al sacro e al trascendente tende a smorzarsi. La scienza, la tecnica moderna hanno demitizzato la natura e i misteri della vita, dello sviluppo psico-sociale dell'uomo. I fenomeni e le forze che in essi si manifestano non sono più sentiti come espressione della volontà e dell'azione provvidente di Dio, ma come strumenti con i quali l'uomo conoscendo e dominando tali forze e leggi va costruendo responsabilmente il suo futuro senza Dio. Questa nuova esperienza e concezione dell'uomo e del mondo mette in crisi il senso del peccato e misconosce i valori sottolineati da questo diverso contesto socio-culturale. Ma la reazione è equivoca in sé. Si reagisce, ad esempio, contro quella concezione che riduce il peccato a ribellione contro una legge, dimenticando che peccato è anche la inat­tività e la mancanza di critica nel confronti di leggi che non aiutano l'uomo ad essere più uomo. Come pure peccato è non assumere le proprie responsabilità di fronte a scelte fondamentali.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica offre una ottima sintesi della definizione di peccato: "Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; e una trasgressione in ordine all'amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana. E'stato definito una parola, un atto o un desiderio contrari alla legge eterna". Il peccato e un'offesa a Dio: "Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che e male ai tuoi occhi, io l'ho fatto" (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l'amore di Dio per noi e allontana da esso i nostri cuori. Come il primo peccato, e una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare "come Dio" (Gen 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male. Il peccato pertanto e "amore di sé fino al disprezzo di Dio". Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato e diametralmente opposto all'obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza [cf Fil 2,6-9]". (CCC 1849-1850)
 
1. Peccato come rifiuto di Dio e della comunione con i fratelli.
 
La vera essenza del peccato sta nel rifiuto di Dio, nella "chiusura a Dio, rifiuto della sua amicizia, rottura dell'alle­anza infedeltà, adulterio, idolatrìa" (ESP 40) II peccato è essenzialmente una realtà religiosa che tocca il rapporto dell'uomo con Dio in quanto sottende un rifiuto della comunione con lui e con gli altri uomini in Cristo e nello Spirito Santo.
Il peccatore è infatti tale perché rifiuta di essere figlio del Padre, rifiuta di essere amato da lui, rifiuta la chiamata del Cristo a costruire la comunione con i fratelli per "cieli nuovi e terre nuove", rifiuta il Regno.
Il peccato consiste nel non riconoscere Dio come Dio e pertanto nel non riconoscere la dipendenza totale che l'uomo ha da Lui e l'ordinazione radicale che l'uomo ha verso lui. Situato in tale prospettiva il peccato appare come infedeltà e adulterio perché tocca Dio nel suo amore, perché è rifiuto di Dio come amore. Rifiuto perché si tratta di una negazione data a Dio che non per proprio interesse, ma per uno stupendo atto di amore soggettivo e oggettivo insieme è entrato nella storia umana per incontrare ogni uomo e tutti gli uomini per offrire loro la vita e offrirla "in abbondanza" .
 
E' Dio che fa esistere l'uomo e lo chiama alla costruzione del futuro personale e sociale in comunione con Lui e il prossimo. Di qui, alienato da Dio e quindi da se stesso l'uomo diventa incapace di costruire un vero rapporto con gli altri; diventa piuttosto "estraneo" al propri fratelli, anzi si pone l'in conflitto con loro, sviluppando rapporti fondati sull'ingiusti­zia e sulla violenza e non sul riconoscimento della dignità per­sonale dell'altro.
Il peccato infatti è lacerazione personale interiore, alienazione da se stesso e dagli altri, è diminuzione che impedisce all'uomo di realizzare se stesso e conseguire la pienezza della vita, alla quale Dio lo chiama.
 
2. La dimensione sociale del peccato
 
Con il peccato anche il rapporto dell'uomo con l'universo diventa disordinato: la creazione è sottomessa alla caducità e resa schiava della corruzione. Il peccato, in quanto
-          rifiuto dell'alleanza,
-          no dell'uomo al progetto e alla chiamata di Dio,
-          rifiuto dell'amore e della comunione con Dio e con i fratelli,
-          sfiducia nella promessa divina,
è implicitamente rifiuto di costruire con gli altri l'avvenire promesso da Dio. E' opposizione alla costruzione del Regno del Signore Gesù nelle sue dimensioni comunitarie e sociali secondo la immagine teologica del corpo mistico. Non può quindi sussistere un amore verso Dio puramente privato e individualistico. Se esiste, esso non può non abbracciare i fratelli con i quali viviamo. "Come puoi dire di amare Dio che non vedi, se non ami i fratelli che vedi"?, ricorderebbe oggi più che mai Sant'Agostino.
Il peccatore si chiude nel suo egoismo e questo suo atteggiamento può produrre il suo influsso in termini espliciti e diretti o in termini impliciti e indiretti. Può produrre un influsso diretto allorquando l'egoista peccatore coinvolge un'altra persona o istituzione nel male dei pensieri, parole, opere e omissioni.
Tuttavia anche il peccato più intimo e personale ha in sé una dimensione sociale ed esercita, anche se implicitamente, un influsso negativo sulla comunità. Infatti l'opzione fondamentale del peccatore non rimane un atteggiamento di chiusura puramente interiore, ma incarna nell'azione il limite della pienezza, dell'assolutezza, della vita vera in Cristo. Perciò in virtù della dimensione storico-sociale dell'uomo e del progetto di Dio nei suoi riguardi, qualunque modo di esistere dell'uomo nel mondo come persona che rifiuta l'amore e la chiamata di Dio influisce sull'accidia e sulla positività della risposta degli altri. Esso inaugura e conferma una situazione esistenziale di egoismo e accentua e contribuisce a creare quelle situazioni ingiuste e oppressive che minacciano la libertà, la giustizia, la pace tra gli uomini.
 
3. La dimensione ecclesiale del peccato
 
Anche nella chiesa, come istituzione umana, possono esservi delle situazioni di ingiustizia e di disordine. Tutti i cristiani ne sono responsabili e tutti debbono impegnarsi perché la Chiesa-Comunità lotti contro il peccato e "mediante una conversione e rinnovamento" (LG 8) cerchi di superare ogni situazione di ingiustizia che si trova all'interno della sua istituzione.
Oltre all'esistenza dei peccati collettivi nella istituzione umana della Chiesa, occorre porre in evidenza che ogni peccato del cristiano ha in sé una specifica dimensione ecclesiale.
Con il peccato il cristiano:
 
ï‚§        viene meno alla missione ricevuta nel battesimo di essere segno e testimone per il mondo dell'amore di Dio, dell'avvenuta vittoria sul male nella morte e Risurrezione di Gesù;
ï‚§        si oppone e diminuisce il dinamismo salvifico della Chiesa e la sua efficacia nel mondo con la perdita della abbondanza della "grazia", la vita di Dio presente nel battezzato rendendo la comunità dei credenti meno capace di lottare contro il male e l'ingiustizia;
ï‚§        rifiuta la salvezza di cui la Chiesa è sacramento e diminuisce l'efficacia della sua missione salvifica;
ï‚§        rifiuta la comunione con lo Spirito Santo autore dell'amore e della carità che unisce la Chiesa e le conferisce slancio missionario.
 
Si tratta pertanto di una frattura della comunione interna con Dio con Cristo e con lo Spirito, la Trinità che fa della Chiesa vero sacramento di salvezza.
Tommytom
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martedì, 23 giugno 2009, ore 10:00

Evangelizzare
con i genitori
 

 croce. nulla ti turbi

   
Il tema che abbiamo proposto ieri merita un approfondimento, per altro già anticipato.
I genitori vanno stimolati a svolgere il loro ministero di evangelizzazione nei confronti dei figli.
Questa affermazione apparentemente perentoria non deve scoraggiare; anzi!
Quando la famiglia ha fatto battezzare il proprio figlio, la Chiesa ha detto: “voi genitori sarete per vostro figlio i primi testimoni della fede con la parola e con l’esempio”. Quindi – in buona sostanza – i primi catechisti.
La parrocchia, pertanto, attraverso i propri catechisti,esercita un ruolo di supporto, di aiuto; ma l’annuncio della fede deve avvenire in famiglia
 
In che modo?
Attraverso varie modalità.
 
1. I genitori adempiono il loro ministero verso i figli con la “testimonianza della vita” (FC 39), cioè con il loro stile di vita, con la loro comunione coniugale, con il tipo di rapporto che hanno con i figli, con il modo di esprimere l’amore verso di essi e con l’educazione alla reciprocità e alla gratuità dell'amore. E' attraverso questo amore reciproco e gratuito che la presenza di Dio si manifesta in famiglia. La comunicazione della fede non si attua solo “nel dialogo esplicito sui temi della fede, ma anche e soprattutto vivendo secondo il Vangelo sia le scelte più semplici di ogni giornata, sia quelle legate ad alcuni particolari avvenimenti della stessa vita familiare” (DPF 144). I genitori diventano evangelizzatori, in modo particolare, quando l'esperienza dell'amore si esprime attraverso il "perdono" reciproco, cioè attraverso l'accoglienza dell'altro nonostante i suoi limiti ed i suoi sbagli, la fiducia a chi ha bisogno di rialzarsi, la fedeltà paziente verso chi è più povero di amore.
 
2. I genitori evangelizzano i figli attraverso il clima che riescono a creare in famiglia e con le altre famiglie: una "atmosfera vivificata dall'amore e dalla pietà verso Dio e verso gli uomini, che favorisce l'educazione completa dei figli in senso personale e sociale" (FC 36). Evangelizzano i figli quando si aprono all'ospitalità e sono disposti a "perdere del tempo" per gli altri, quando aprono ai bisognosi non solo la porta ma anche il cuore, quando si fanno carico dei problemi del paese o del quartiere. Senza questa testimonianza, l'istruzione religiosa data dalla parrocchia serve ben poco; i figli hanno bisogno di un'esperienza religiosa che possa essere vista, ascoltata, gustata ed esercitata prima di tutto in casa e nel vicinato.
 
3. Insieme alla testimonianza della vita, il ministero dei genitori verso i figli comporta il servizio dell'insegnamento, mediante il quale li aiutano a collegare la progressiva scoperta della vita, del mondo, delle cose e degli avvenimenti con la visione evangelica della realtà, con la fede della comunità ecclesiale. I genitori evangelizzano i figli quando li aiutano a trovare nel Vangelo e nell'esperienza della preghiera le motivazioni fondamentali della propria vita, dell'amore, del lavoro; quando li aiutano a dare ogni giorno un senso cristiano alla vita. Questo comporta capacità e disponibilità a conversare con i figli. Man mano che i figli crescono, il ministero dei genitori, avvalendosi delle risorse originali del “Vangelo della famiglia” (FC 53), deve acquisire il metodo della condivisione: un vero e proprio cercare insieme ed ascoltare insieme per favorire la risposta personale di ciascuno.
 
4. I genitori educano i figli mediante la catechesi di accompagnamento, facendo propri gli obiettivi dell’iniziazione cristiana previsti dalla comunità e caratterizzandoli in questo modo:
      aiutano la crescita dei figli nella vita di fede mediante un dialogo esplicito con loro ed un intervento educativo diretto e personalizzato, rispettando i loro tempi di maturazione;
      intensificano il dialogo tra i componenti della famiglia, in modo da rendere più naturale il "parlare di Dio", cogliendo i momenti opportuni per farlo;
      riprendono e ripropongono nel contesto familiare i contenuti della catechesi vissuta in parrocchia, traducendoli nel linguaggio proprio della famiglia;
      aiutano i figli a scoprire la loro personale vocazione;
      valorizzano in casa i segni della fede cristiana che possono contribuire a maturare gli atteggiamenti propri della persona credente: dal crocifisso a un quadro religioso, dal libro della Bibbia a un segno che ricorda il battesimo...;
      valorizzano i gesti della fede, come il segno della croce, la preghiera prima e dopo i pasti, le espressioni della carità, dell'ospitalità, del perdono...;
      aiutano i figli ad appropriarsi del significato religioso di molte ricorrenze familiari: anniversari di matrimonio, compleanni, ecc. (cf. DPF 144).
 
5. La catechesi dei genitori non è mai un fatto privato, anche quando si svolge nell'intimità della casa; essa è sempre catechesi della comunità ecclesiale (cf. EN 61). Se, da un lato, "precede, accompagna ed arricchisce ogni altra forma di catechesi" (CT 68), dall'altro, "deve restare in intima connessione e deve armonizzarsi con tutti gli altri servizi di evangelizzazione e di catechesi, presenti ed operanti nella comunità ecclesiale, sia diocesana che parrocchiale" (FC 53).
E' nella parrocchia che si armonizzano tra loro le varie iniziative catechistiche, perché proprio nella comunità parrocchiale la catechesi interagisce con le celebrazioni liturgiche e sacramentali, che non si limitano ai grandi momenti dell'esistenza, ma alimentano tutta la vita.
La catechesi dei genitori, perciò, è innervata nella vita ecclesiale della parrocchia. L'una e l'altra sono interdipendenti tra loro. Non si giunge, infatti, a capire il valore della catechesi familiare, a volerla ed a realizzarla, se la comunità parrocchiale non si fa carico di iniziative vivaci e costanti per la formazione permanente degli sposi e dei genitori.
1.                Che cosa fare perché i genitori diventino i protagonisti nel cammino di educazione cristiana dei figli?
2.                Quali forme di partecipazione attiva delle famiglie alla catechesi dei figli promuovere in parrocchia?

Le famiglie svolgono il loro ministero
di evangelizzazione anche in parrocchia 
 
In forza del sacramento del matrimonio e del ministero di evangelizzazione che ne scaturisce, gli sposi hanno un compito specifico ed insostituibile per l’annuncio del Vangelo anche in parrocchia (cf. ESM 59). E’ necessario che la loro ministerialità sia riconosciuta e valorizzata dai presbiteri e sia riconosciuta ed esercitata dagli sposi, gioiosamente convinti della propria vocazione e missione sponsale e della ricchezza di grazia che proviene dal sacramento del matrimonio.
 
a) Dove gli sposi possono svolgere il loro ministero di evangelizzazione in parrocchia?
      nella catechesi di iniziazione cristiana: questa deve diventare sempre di più “catechesi nella famiglia e con la famiglia”;
      nella catechesi dei fidanzati e delle coppie di sposi giovani;
      nella catechesi ai genitori: fatta da coppie-sposi;
      nella catechesi dei centri di ascolto, animata da coppie-sposi;
      nel raccordare le famiglie di un condominio o di una piccola zona con la parrocchia.
 
b) Come coinvolgere gli sposi nell’impegno dell’evangelizzazione?
      a partire dalla catechesi battesimale, è necessario aiutare i genitori a prendere coscienza di essere loro i primi educatori nella fede e a svolgere questa missione non come un dovere, ma come l’esercizio della loro paternità/maternità;
      occorre formare i genitori a svolgere la loro missione di evangelizzatori attraverso cammini formativi in piccoli gruppi familiari o nelle associazioni e movimenti ecclesiali;
      bisogna stimolare i genitori a testimoniare i valori di cui sono portatori, in quanto coppie di sposi: il reciproco amore fedele e l’amore per la vita. 
Tommytom
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lunedì, 22 giugno 2009, ore 09:23

La Cresima
porta di entrata o di uscita
dalla comunità cristiana?
 
 
Le nostre parrocchie, in questo tempo, sono particolarmente animate per i preparativi delle Cresime, che coinvolgono centinaia di fanciulli, ragazzi, adolescenti e famiglie.
In qualità di catecheta mi sono sempre molto interessato alla celebrazione del Sacramento della Cresima, soprattutto per quanto attiene l’aspetto pastorale. Ma debbo dire subito che non sono mai stato soddisfatto delle conclusione a cui so no pervenuto.
 
Intatti, mentre il sacramento della cresima dovrebbe segnare l’ingresso dei giovani nella comunità cristiana, in verità si converte in moltissime occasioni in una porta dalla quale uscire dalla comunità parrocchiale.
 
Si sente dire con sempre maggior frequenza sia dai pastoralisti che dai catecheti che dopo la cresima almeno l’85% dei giovani non mette più piede in parrocchia. Insomma un generale esodo del dopo Cresima!
 
Non si può rimanere estranei a questa emorragia di giovani che se ne vanno e non si sa se e quando vi faranno ritorno
Una cosa occorre affermare senza tentennamenti: le nostre catechesi non incidono più; i nostri incontri catechistici non convertono il cuore perché – come direbbe il Direttorio Generale per la Catechesi - non “mettere qualcuno in contatto, in comunione, in intimità con Gesù Cristo” (cf DGC 80).
La nostra è diventata più una catechesi “di testa” che tratta “di tutto e di più” ma che non “fa innamorare di Gesù Cristo”.
Diventa complicato pertanto per l’adolescente o per il giovane capire perché rimanere, perché continuare, perché pregare, perché testimoniare ...
 
E’ vero che evangelizzare è un impegno non facile specialmente oggi, quando il tessuto delle relazioni umane è gravemente sfilacciato da una cultura individualistica, da un atteggiamento di difesa e di chiusura nei confronti di un mondo ostile. Tutto ciò condiziona negativamente l’itinerario dell’iniziazione cristiana. Con il risultato che la Prima Comunione e la Cresima sono percepite come lo scotto da pagare per una tradizione e per una convenienza sociale,  prima di rientrare, dopo la festa, nella routine quotidiana, contrassegnata da una religione “fai da te”, o da un vago sentimento religioso.
 
Ma per non limitarci a ciò che purtroppo e tristemente si conosce, sembra utile avviare almeno una riflessione certamente non esaustiva, che comunque potrebbe favorire una riflessione tra il gruppo dei catechisti e gli operatori della pastorale parrocchiale.
 
Il limite della nostra catechesi, oltre a quello basilare sopra denunciato, è che si tratta di una azione troppo solitaria. Il servizio ecclesiale assai benemerito di molti catechisti non è sufficiente e si vede che non paga. Nelle nostre catechesi manca quasi totalmente la presenza della comunità e molto spesso della famiglia. Ipotizzo che solo un tale accompagnamento creano “maturità umana e cristiana” nei catechizzandi.
Se il giovane che si prepara a ricevere la cresima constata che nella propria famiglia, le persone che egli ama e sono a lui più care non si pongono neppure il pensiero di Dio, della Chiesa, dei comandamenti, della vita eterna quale significato e senso potrà dare all’itinerario di educazione alla fede che sta faticosamente compiendo?
 
E se la stessa considerazione può farla in merito alla “contro-testimonianza cristiana” che spesso danno gli adulti, che pur la domenica vanno ... in chiesa, quale significato e senso potrà dare all’itinerario di educazione alla fede che sta faticosamente compiendo?
 
E’ vero che oggi non si possono pretendere “grandi numeri” di testimoni fieri e felici della propria fede; eppure non si può escludere la famiglia dal’itinerario di fede del figlio. C’è bisogno poi di buone guide, testimoni sensibili, semplici e coerenti, dotati di una buona formazione, che camminino accanto all’adolescente pronti a rispondere alle esigenze di chiarezza di un cuore che si apre ai grandi interrogativi della vita e dell’esistenza e – forse anche per questo - in tumulto.
 
C’e bisogno della presenza del sacerdote/parroco, il quale non può limitarsi a “organizzare i gruppi” all’inizio dell’anno catechistico, affidarli al catechista e ... sparire. E’ il presbitero il primo catechista nella parrocchia!
 
Contrariamente a quanto possa apparire il cuore del giovane ha sete di Dio, sete di trascendenza, anche se espressa nella maniera tipica del giovane.
Proprio per questo occorre sapere bene intus/legere nella loro mente e nel loro cuore, scoprire la loro sete, essere pronti a dare di “quell’acqua che disseta per la vita”.
 
Quel che è certo è che il giovane ha bisogno di constatare che il cammino che compie non è percorso da solo.
Egli vuole vedere che ciò che gli si chiede viene chiesto alla comunità cristiana; solo così potrà essere pronto a vincolarsi alla famiglia/Chiesa.
In questo senso in un processo di evangelizzazione non può mai mancare il riferimento e la presenza viva della comunità cristiana.
 
In secondo luogo, come detto, è insostituibile il ruolo della famiglia quale luogo primo e abituale di evangelizzazione; punto di riferimento fondamentale per l’assunzione di un impegno cristiano adulto.
Tommytom
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sabato, 20 giugno 2009, ore 19:16

TEMPUS PER ANNUM – XII DOMENICA
 
Perché ti lamenti di Dio,
se non risponde
ad ogni tua parola?
 
 tempesta sedata
Dopo l’ampio spazio che la liturgia ha dedicato alla celebrazione della Pasqua, riprende la liturgia del tempo ordinario o per annum.
Non si tratta di un tempo meno importante, o di una sorta di riempitivo tra le grandi celebrazioni della Pasqua e del Natale.
E’ il tempo - quello ordinario - centrato sulla conoscenza di Gesù: l’Uomo di Nazaret, il Cristo della fede.
 
Quello ordinario è il tempo che da risposta alla frase conclusiva del vangelo odierno: “Chi è costui?”.
 
Il Vangelo di Marco, pur nella sua concisione, è una risposta alla domanda sull'identità di Gesù. Dall'inizio alla fine, una domanda insistente percorre i 16 capitoli del Vangelo di Marco: "Chi è Gesù?"
Marco, nella sua tematica evangelizzatrice, dedica poco spazio ai discorsi e alle parabole di Gesù, preferendo dare risalto agli episodi della vita e ai miracoli.
 
Per tutto il giorno, sulle rive del lago di Tiberiade, egli ha parlato alla folla accorsa attorno a lui: tanta, da suggerirgli di rivolgersi loro da una barca ormeggiata presso la sponda; al tramonto congeda i suoi ascoltatori e dice ai discepoli di traghettare sulla riva opposta. Quella volta “ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: "Maestro, non t’importa che siamo perduti?”
A quel punto, ecco il prodigio: poche parole, un gesto imperioso e “il vento cessò e ci fu grande bonaccia".
Poi disse loro: "Perché avete paura? Non avete ancora fede?”

La necessità della fede è l’insegnamento essenziale di questo episodio.
Anche se si trovasse nella bufera, chi guarda alla vita come lui ha insegnato, qualunque cosa capiti ne salverà sempre l’essenziale, non farà mai naufragio.
La narrazione del miracolo della tempesta sedata è anche una pagina di teologia biblica sul mistero del dolore nel mondo, che fa appello alla presenza provvidente e onnipresente di Dio. Di fronte al dolore, le logiche umane fanno tutte difetto.
 
Ci sono momenti nella vita in cui abbiamo l'impressione di affondare, travolti dal dolore o dai nostri sbagli.
Anzi: anche la fede viene travolta dalle acque.
E sale al cielo il grido: dov’è Dio?
Egli sembra dormire, ma sta sulla barca per condividere fino in fondo il nostro destino.
Dorme, e non interviene perché vuole lasciare alla nostra dignità, alle nostre capacità, il compito di arrangiarsi nelle difficoltà della vita.

E la fede?
"Non avete ancora fede?" domanda Gesù.
A essere sinceri bisogna rispondere di no: no Signore, non quanta ne servirebbe per attraversare il mare in tempesta.
Spesso la nostra minuscola fede è legata ad un patto assicurativo: se va tutto bene Dio esiste, ma se le cose vanno male ... Dio non è più un padre buono. Se la mia vita funziona Dio è buono, se la mia vita è tribolata Dio non è un padre buono.

Dobbiamo fidarci! (= avere fede). Dobbiamo avere fiducia (= fede) anche se la barca fa acqua. Preoccupiamoci solo di una cosa: di aver preso sulla barca Gesù.
Nessuna burrasca può travolgere quando il Signore è con noi.
Il fatto è che noi diamo più peso alla nostra paura che alla presenza di Gesù.
 
Soffia il vento? e venga ...
Le onde riempiono la barca? e sia ... quale è il problema?!
Gesù è sulla barca con me, non altrove.
Non sta a guardare, indifferente, ciò che accade, ma è tra le onde e il vento. Ci crediamo o no che tutto è nelle mani di un Dio di amore?!
 
Facciamo entrare Gesù veramente nella storia della nostra vita.
Permettiamogli di raggiungerci; lasciamoci afferrare da Lui.
Cediamo a Lui il timone della nostra barca.
Lui c'è. Perennemente. L'Onnipotente che rasserena.
Il suo invito è sempre lo stesso:
"Perché non avete fede? Io sono il Signore".

 
Tommytom
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sabato, 20 giugno 2009, ore 11:14

La tua parrocchia
 
 
Riflettendo sugli scritti di Paolo VI mi sono imbattuto in una omelia che desidero condividere con gli Amici di Umanesimo Cristiano.
Il Papa Benedetto XVI sia nella lettera indirizzata ai Sacerdoti per l’Anno Sacerdotale, sia nell’omelia di inizio d’Anno giubilare ha ripetutamente fatto riferimento ai sacerdoti parroci nel ricordo del Santo Parroco di Ars, Giovanni Maria Vianney.
Le parole del Servo di Dio Paolo VI invitano a concretezza: ad amare i nostri parroci, a non stare alla finestra solo per criticare, a sentirci utili e collaboratori, costruttori, insieme della comune famiglia di famiglie, quale è la Parrocchia
 
 
Collabora, prega e soffri per la tua parrocchia, perché devi considerarla come una madre a cui la Provvidenza ti ha affidato: chiedi a Dio che sia casa di famiglia fraterna e accogliente, casa aperta a tutti e al servizio di tutti.
 
Collabora, prega, soffri perché sia vera comunità di fede.
 
Rispetta i preti della tua parrocchia anche se avessero mille difetti: sono i delegati di Cristo per te. Guardali con l'occhio della fede, non accentuare i loro difetti, non giudicare con troppa facilità le loro miserie perché Dio perdoni a te le tue miserie. Prenditi carico dei loro bisogni, prega ogni giorno per loro.
 
Collabora, prega, soffri perché la tua parrocchia sia una vera comunità eucaristica, che l'Eucaristia sia "radice viva del suo edificarsi", non una radice secca, senza vita.
 
Partecipa all'Eucaristia, possibilmente nella tua parrocchia, con tutte le tue forze.
 
Godi e sottolinea con tutti tutte le cose belle della tua parrocchia.
Non macchiarti mai la lingua accanendoti contro l'inerzia della tua parrocchia: invece rimboccati le maniche per fare tutto quello che ti viene richiesto.
Ricordati: i pettegolezzi, le ambizioni, la voglia di primeggiare, le rivalità sono parassiti della vita parrocchiale: detestali, combattili, non tollerarli mai!
 
La legge fondamentale del servizio è l'umiltà: non imporre le tue idee, non avere ambizioni, servi nell'umiltà.
E accetta anche di essere messo da parte, se il bene di tutti, ad un certo momento, lo richiede. Solo, non incrociare le braccia, buttati invece nel lavoro più antipatico e più schivato da tutti, e non ti salti in mente di fondare un partito di opposizione!
 
Se il tuo parroco è possessivo e non lascia fare, non farne un dramma: la parrocchia non va a fondo per questo.
Ci sono sempre settori dove qualunque parroco ti lascia piena libertà di azione: la preghiera, i poveri, i malati, le persone sole ed emarginate. Basterebbe fossero vivi questi settori e la parrocchia diventerebbe viva. La preghiera, poi, nessuno te la condiziona e te la può togliere.
 
Con l'umiltà e la carità, si può dire qualunque verità in parrocchia. Spesso è l'arroganza e la presunzione che ferma ogni passo ed alza i muri. La mancanza di pazienza, qualche volta, crea il rigetto delle migliori iniziative.
 
Quando le cose non vanno, prova a puntare il dito contro te stesso, invece che contro il parroco o contro i tuoi preti o contro le situazioni. Hai le tue responsabilità, hai i tuoi precisi doveri: se hai il coraggio di un'autocritica, severa e schietta, forse avrai una luce maggiore sui limiti degli altri.
 
Se la tua parrocchia fa pietà la colpa è anche tua:
basta un pugno di gente volenterosa a fare una rivoluzione,
basta un gruppo di gente decisa a tutto a dare un volto nuovo ad una parrocchia.
 
E prega incessantemente per la santità dei tuoi preti:
sono i preti santi la ricchezza più straordinaria delle nostre parrocchie,
sono i preti santi la salvezza dei nostri giovani.
 
[Paolo VI, omelia inaugurazione parrocchia N.S. di Lourdes, Roma 23-2-1964]
Tommytom
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sabato, 20 giugno 2009, ore 09:39

Benedetto XVI
inaugura l’Anno Sacerdotale
 
Nella Solennità del Sacro Cuore, Benedetto XVI ha pronunciato una toccante omelia nella Basilica vaticana, presiedendo la celebrazione dei secondi Vespri, in occasione dell'apertura dell'Anno Sacerdotale.
Sintetizziamo l'Allocuzione del Santo Padre in alcuni punti.
 
B.16ferula
 
1. "Il Signore ci ha accolti nel suo cuore - Suscepit nos Dominus in sinum et cor suum". Nell'Antico Testamento si parla 26 volte del cuore di Dio, considerato come l'organo della sua volontà: rispetto al cuore di Dio l'uomo viene giudicato.
 
2. Il cuore di Dio freme di compassione! Nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, la Chiesa offre alla nostra contemplazione questo mistero, il mistero del cuore di un Dio che si commuove e riversa tutto il suo amore sull'umanità.
 
3. Nel Cuore di Gesù è espresso il nucleo essenziale del cristianesimo; in Cristo ci è stata rivelata e donata tutta la novità rivoluzionaria del Vangelo: l'Amore che ci salva e ci fa vivere già nell'eternità di Dio.
 
4. Se è vero che l'invito di Gesù a "rimanere nel suo amore" (cfr Gv 15,9) è per ogni battezzato, nella festa del Sacro Cuore di Gesù, Giornata di santificazione sacerdotale, tale invito risuona con maggiore forza per noi sacerdoti, in particolare questa sera, solenne inizio dell'Anno Sacerdotale, da me voluto in occasione del 150° anniversario della morte del Santo Curato d'Ars.
 
5. Viene subito alla mente una sua bella e commovente affermazione, riportata nel Catechismo della Chiesa Cattolica dove dice: "Il sacerdozio è l'amore del Cuore di Gesù" (n. 1589). Come non ricordare con commozione che direttamente da questo Cuore è scaturito il dono del nostro ministero sacerdotale? Come dimenticare che noi presbiteri siamo stati consacrati per servire, umilmente e autorevolmente, il sacerdozio comune dei fedeli?
 
6. La nostra è una missione indispensabile per la Chiesa e per il mondo, che domanda fedeltà piena a Cristo ed incessante unione con Lui; esige cioè che tendiamo costantemente alla santità ...
 
7. Che questo anno sia un'occasione propizia per crescere nell'intimità con Gesù, che conta su di noi, suoi ministri, per diffondere e consolidare il suo Regno, per diffondere il suo amore, la sua verità. ... Lasciatevi conquistare da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace".
 
8. Per essere ministri al servizio del Vangelo, è certamente utile e necessario lo studio con una accurata e permanente formazione pastorale, ma è ancor più necessaria quella "scienza dell'amore" che si apprende solo nel "cuore a cuore" con Cristo. E' Lui infatti a chiamarci per spezzare il pane del suo amore, per rimettere i peccati e per guidare il gregge in nome suo. Proprio per questo non dobbiamo mai allontanarci dalla sorgente dell'Amore che è il suo Cuore trafitto sulla croce.
 
9. Solo così saremo in grado di cooperare efficacemente al misterioso "disegno del Padre" che consiste nel "fare di Cristo il cuore del mondo"! Disegno che si realizza nella storia, man mano che Gesù diviene il Cuore dei cuori umani, iniziando da coloro che sono chiamati a stargli più vicini, i sacerdoti appunto.
 
10.       Nulla fa soffrire tanto la Chiesa, Corpo di Cristo, quanto i peccati dei suoi pastori, soprattutto di quelli che si tramutano in "ladri delle pecore" (Gv 10,1ss), o perché le deviano con le loro private dottrine, o perché le stringono con lacci di peccato e di morte? Anche per noi, cari sacerdoti, vale il richiamo alla conversione e al ricorso alla Divina Misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l'accorata e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare.
 
11.       "Dopo Dio, il sacerdote è tutto! ... Lui stesso non si capirà bene che in cielo" (cfr Lettera per l'Anno Sacerdotale, p. 2). Coltiviamo, cari fratelli, questa  commozione, sia per adempiere il nostro ministero con generosità e dedizione, sia per custodire nell'anima un vero "timore di Dio": il timore di poter privare di tanto bene, per nostra negligenza o colpa, le anime che ci sono affidate, o di poterle - Dio non voglia! - danneggiare.
 
12.       La Chiesa ha bisogno di sacerdoti santi; di ministri che aiutino i fedeli a sperimentare l'amore misericordioso del Signore e ne siano convinti testimoni. Il Signore infiammi il cuore di ogni presbitero di quella "carità pastorale" capace di assimilare il suo personale "io" a quello di Gesù Sacerdote, così da poterlo imitare nella più completa auto-donazione.
 
13.       Ci accompagni la Vergine Santa, nostra Madre, nell'Anno Sacerdotale che oggi iniziamo, perché possiamo essere guide salde e illuminate per i fedeli che il Signore affida alle nostre cure pastorali. Amen!
 
Tommytom
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venerdì, 19 giugno 2009, ore 10:04

Il  Sacro Cuore di Gesù
secondo Benedetto XVI
 
  
Il Cuore di Gesù simbolo della fede cristiana.
Il Cuore di Gesù sintesi del mistero della Incarnazione e della Redenzione.
Il Cuore di Gesù, fonte di bontà e verità.
Il Cuore di Gesù espressione della buona novella dell’amore.
Il Cuore di Gesù presenza amorevole di cui potersi fidare.
 
Papa Benedetto, domenica 1° giugno 2008 nel corso della recita dell’Angelus ha rivolto una splendida catechesi sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù tracciando una straordinaria sintesi di questo mistero e culto.
 
Ne è nata una sintesi che proponiamo alla riflessione degli amici di Umanesimo Cristiano nella solennità del Sacro Cuore.
 
 
Pantocrator.volto  
1.     Il Cuore di Cristo, simbolo della fede cristiana particolarmente caro sia al popolo sia ai mistici e ai teologi, perché esprime in modo semplice e autentico la "buona novella" dell’amore, riassumendo in sé il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione.
 
2.   La solennità del Sacro Cuore di Gesù, terza e ultima delle feste che fanno seguito al Tempo Pasquale, dopo la Santissima Trinità e il Corpus Domini. Questa successione fa pensare ad un movimento verso il centro: un movimento dello spirito che è Dio stesso a guidare.
 
3.   Dall’orizzonte infinito del suo amore, infatti, Dio ha voluto entrare nei limiti della storia e della condizione umana, ha preso un corpo e un cuore; così che noi possiamo contemplare e incontrare l’infinito nel finito, il Mistero invisibile e ineffabile nel Cuore umano di Gesù, il Nazareno.
 
4.   Nella mia prima Enciclica sul tema dell’amore, il punto di partenza è stato proprio lo sguardo rivolto al costato trafitto di Cristo, di cui ci parla Giovanni nel suo Vangelo (cfr 19,37; Deus caritas est, 12). 
 
 
5.    Questo centro della fede è anche la fonte della speranza nella quale siamo stati salvati, speranza che ho fatto oggetto della seconda Enciclica.
 
6.   Ogni persona ha bisogno di un "centro" della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nell’avvicendarsi delle diverse situazioni e nella fatica della quotidianità.
 
7.    Ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il pulsare di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo.
 
8.   Invito pertanto ciascuno a rinnovare nel mese di giugno la propria devozione al Cuore di Cristo.
 
9.   Uno degli itinerari per valorizzare la devozione al Sacro Cuore è anche la tradizionale preghiera di offerta della giornata e tenendo presenti le intenzioni da me proposte a tutta la Chiesa.
 
10.          Accanto al Sacro Cuore di Gesù, la liturgia ci invita a venerare il Cuore Immacolato di Maria. Affidiamoci sempre a Lei con grande confidenza.
 
Tommytom
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venerdì, 19 giugno 2009, ore 09:29

Sacerdoti di Gesù Cristo
nell’ora e qui della storia
 
 
Con la celebrazione dei secondi Vespri nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù presieduti dall’amato papa Benedetto, inizia l’Anno Giubilare Sacerdotale che si concluderà il 19 giugno 2010.
 
Buon Pastore.5
La Chiesa ha sempre insegnato che il sacerdote è un uomo scelto da Dio tra gli uomini per servire gli uomini nelle cose che si riferiscono a Dio. La lettera agli Ebrei attesta: ”Ogni sommo sacerdote, preso tra gli uomini, è costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati”. (Eb 5,1)
Nella fisionomia del prete vi è qualcosa di essenziale che non cambia, che resta immutabile: ieri oggi e sempre; il sacerdote è chiamato a vivere sempre e permanentemente l’unico e permanente sacerdozio di Cristo.
Compito di ogni sacerdote, di ogni epoca della storia, è quello di scoprire giorno dopo giorno l’oggi del suo sacerdozio nell’oggi del sacerdozio di Cristo, il Quale è immerso nella storia dei ogni uomo. Oggi come ieri Gesù Cristo è lo stesso e lo sarà sempre (Eb 3,18).
 
Nei confronti del sacerdote l’uomo di oggi, come quello di tutti i tempi ha un unico desiderio: trovare in lui chi lo aiuti a colmare la sete di Dio. Al sacerdote si chiede Cristo e si pera che il sacerdote lo dia attraverso la sua Parola.
Con una affermazione incisiva e qualificata papa Benedetto, parlando ai sacerdoti di Varsavia, ha dichiarato: “Dai sacerdoti i fedeli attendono soltanto una cosa: che siano degli specialisti nel promuovere l’incontro dell’uomo con Dio. Al sacerdote non si chiede di essere esperto in economia, in edilizia o in politica. Da lui ci si attende che sia esperto nella vita spirituale”.  
 
In verità il sacerdote è l’amministratore non solo del grande bene della redenzione, ma dello stesso Redentore in persona. Celebrare l’Eucarestia è la missione più esaltante, sublime e sacra di ogni sacerdote.
 
Egli, poi, è testimone e strumento della misericordia divina, portando a compimento in tal modo il mandato conferito da Cristo agli Apostoli: “Ricevete lo Spirito Santo a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20, 22-23), e realizzando per mezzo suo, nel modo più pieno, la sua paternità spirituale.
Tutto ciò esige dal sacerdote che egli faccia per prima l’esperienza di questa misericordia di Dio attraverso la pratica assidua e frequente del sacramento della riconciliazione.
Il sacerdote è uno specialissimo testimone dell’invisibile nel mondo; è un uomo in contatto permanente con Dio, con la santità divina, e vive ogni giorno la presenza in lui di questa santità di Dio.
Per questo il sacerdote, in contatto con la santità di Dio, riceve da Lui una chiamata costante a incarnare nella propria vita questa stessa santità. Il suo ministero sacerdotale lo impegna a vivere la propria vita fino alla radicalità evangelica vivendo i consigli evangelici e attraverso questa vita vissuta radicalmente raggiungere la santità alla quale ogni battezzato, ma lui in modo speciale è chiamato da Dio.
 
Da questa chiama del ministro alla santità deriva la particolare necessità della preghiera nella vita del prete, poiché l’orazione sgorga dalla santità ed è la risposta alla stessa.
 
Cristo ha bisogno di sacerdoti santi; lo stesso mondo reclama da essi una vera santità di vita. Solo un prete santo può essere guida degli uomini e testimoni di Cristo e del suo Vangelo in un mondo secolarizzato. Solo un sacerdote così può essere guida degli uomini e maestro di santità. E solo così può svilupparsi una azione pastorale efficace.
I frutti duraturi degli sforzi pastorali nascono dalla santità del sacerdote.
Quando un prete s’accorge che gli sforzi pastorali sono ingenti e i frutti minimi, sarà urgente in primo luogo egli esamini la propria vita di preghiera, la sfera spirituale, la tensione alla santità.   
 
Il sacerdote è chiamato a essere l’uomo della Parola di Dio, generoso e infaticabile evangelizzatore. Questo essere “l’uomo della parola di Dio” porta con se l’esigenza del fatto che il sacerdote sia l’uomo della Parola annunciata, l’uomo della Parola vissuta.
 
Per cui il sacerdote dovrà vivere la parola che annuncia per essere convincente; e ugualmente dovrà impegnarsi ad essere intellettualmente preparato per conoscerla e annunciarla efficacemente.
Il sacerdote, infine deve essere un uomo della scienza di Dio. Deve possedere e trasmettere la scienza di Dio sapendo che questa non è solo un insieme di verità dottrinali che è tenuto a conoscere per poter rispondere in maniera adeguata ed essere così fedele al Vangelo. Ma deve avere soprattutto una esperienza personale e viva del Magistero. E’ il senso che esprime San Giovanni nel suo Vangelo nell’orazione sacerdotale: “che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).
 
Questi aspetti della vita del sacerdote sommariamente esposti, costituiscono la sua fisionomia essenziale, immutabile, valida per ieri per l’oggi e per il futuro.
Ma il sacerdote è cosciente che qualcosa deve modificarsi nella sua fisionomia: egli, infatti dovrà adeguarsi a ogni epoca e a ogni ambiente di vita per poter continuare ad annunciare la Parola che salva e far giungere agli uomini e alle donne del nostro tempo il messaggio di salvezza.
Per questo è naturale che il sacerdote conosca gli orientamenti della società contemporanea e della cultura, le sue necessità più profonde, i suoi valori non già per adattare a essi il Vangelo, ma per poter determinare i mezzi e i modi più idonei al fine di far giungere a tutti la Parola di salvezza nella duplice fedeltà a Dio e all’uomo. 
 
Tommytom
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venerdì, 19 giugno 2009, ore 08:54

Il Sacro Cuore
 
“Attingeremo con gioia
alle sorgenti della salvezza”
 
 
Il cuore rappresenta l’essere umano nella sua totalità: è il centro, l’origine della persona umana; è ciò che le conferisce unità.
Il cuore è il centro del nostro essere, la fonte della nostra personalità, il motivo principale delle nostre attitudini ed elezioni, il luogo della misteriosa azione di Dio.
Il desiderio più profondo dell'uomo è di amare e di essere amato
Si potrebbe dire con ragione che: amare ed essere amato è il tutto dell'uomo.
La sete di felicità è una sete di amore; ma solo un amore vero, grande, profondo, duraturo, rende felici.
Il cuore è l’icona dell’amore. E stante il fatto che Cristo ebbe un amore perfetto, il suo cuore è per noi il perfetto simbolo dell’amore.
Il suo cuore fu saturo di amore perfetto verso il Padre e verso ogni uomo, per il quale ha dato tutto se stesso, vittima di espiazione.
Noi cerchiamo di comprendere l’amore tentando di comprendere e di vivere qualcosa dell’amore di Cristo. Anche se gli uomini fanno spesso due constatazioni:
      un amore veramente pieno non esiste, o non dura;
      l'amore subisce tutti gli attentati che lo degradano, lo sviliscono, lo intaccano, lo uccidono.
 
Giovanni Paolo II nell’enciclica “"Redemptor hominis" scisse: "La redenzione del mondo - questo tremendo mistero dell'amore, in cui la creazione viene rinnovata - è, nella sua più profonda radice, la pienezza della giustizia in un Cuore umano: nel Cuore del Figlio primogenito, perché essa possa diventare giustizia dei cuori di molti uomini, i quali proprio nel Figlio primogenito sono stati, fin dall'eternità, predestinati a divenire figli di Dio e chiamati alla grazia, chiamati all'amore”. (RH 9)
 
Celebrare il Cuore di Gesù è, pertanto, celebrare la Redenzione.
Celebrare il Sacro Cuore è una esaltazione dell'Amore; mostra che tutto è dovuto all'amore: dalla creazione, alla redenzione, all'eterno destino di gloria nella pienezza dell'Amore-Dio.
E’ celebrare l’amore e rispondere all’Amore amando; rispondere amando questo Amore che troppe volte non è amato. " Cor ad cor loquitur: il cuore parola al cuore", in una espressione e colloquio d’amore. Celebrare il cuore di Gesù è celebrare il sacramento dell’amore salvifico del Padre.
 
Nel prefazio della Santa Messa del Cuore di Gesù si canta: “Innalzato sulla croce, nel suo amore senza limiti donò la vita per noi, e dalla ferita del suo fianco effuse sangue e acqua, simbolo dei sacramenti della Chiesa, perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del Salvatore, attingessero con gioia alla fonte perenne della salvezza”.
 
Corpo di Cristo, salvami;
Sangue di Cristo inebriami;
Acqua del costato di Cristo, lavami.
 
Tommytom
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giovedì, 18 giugno 2009, ore 09:16

Fedeltà di Cristo,
fedeltà del sacerdote 
Buon Pastore.catacombe
 
E’ questo il lemma che Benedetto XVI ha voluto dare all’anno sacerdotale che inizierà domani, venerdì 19 giugno, solennità del Cuore di Gesù. Si concluderà alla stessa data dell’anno 2010 con la partecipazione dei sacerdoti di tutto il mondo in piazza san Pietro.
L’occasione è stata offerta al Papa dalla ricorrenza del 150.mo anniversario della morte del Santo Curato d’Ars Giovanni Maria Vianney.
 
Quattro gli obiettivi che propone il Papa per questo anno sacerdotale:
 
      Favorire la tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale
      Rinnovare la fedeltà dei sacerdoti verso Cristo e la sua Chiesa.
      Aiutare i sacerdoti a riscoprire sempre più l’importanza del ruolo e della missione del sacerdote nella Chiesa e nel mondo
      Conoscere meglio la figura di San Giovanni Maria Vianney nel 150º Anniversario della sua morte come modello di santità sacerdotale.
 
Si potrebbe dire che questi obbiettivi potrebbero essere riassunti in due:
      Uno riguarda direttamente proprio i sacerdoti
      L’altro coinvolge il popolo di Dio.
 
Si tratta, in primo luogo, della necessità che i sacerdoti vivano permanentemente una tensione speciale per l’ideale della santità. La esige la condizione, il ministero e la missione sacerdotale. Il sacerdote, proprio in ragione del sacramento dell’Ordine che imprime il “carattere” è configurato a Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, Pastore, maestro e Sposo della sua Chiesa e costituito discepolo del Signore per rimanere unito a Lui, agire in nome Suo nella Chiesa e per la Chiesa, e riflettere nella propria vita e nel suo agire la stessa santità di Dio.
 
E’ necessario che il sacerdote mantenga in modo costante la propria tensione iscritta nell’Ordinazione sacerdotale della sua piena configurazione a Cristo. Si tratta, in definitiva, di una permanente tensione verso la perfezione spirituale.
 
Volendo concretizzare in che cosa consti la santità sacerdotale sembra possibile indicare tre punti di riferimento:
      la santità di Cristo
      la santità della Chiesa
      la santità del Curato d’Ars
Effettivamente la santità del sacerdote, come quella di ogni cristiano deve necessariamente riferirsi a Cristo Signore, fonte, origine centro, meta e motore di ogni santità. Ciò è richiesto in maniera del tutto speciale al sacerdote, poiché è chiamato e invitato a identificarsi con Cristo e ad agire in persona Christi e nel suo nome.
 
Essenziale è, altresì, il riferimento alla santità della Chiesa.
Non è né pensabile, né tampoco immaginabile  un Cristo separato dalla sua Chiesa, un Cristo con cui poter entrare in relazione prescindendo dalla Chiesa, con la quale Egli ha stretto un legame imperituro come il Capo al Corpo, come il Signore al suo Popolo. Il ministero sacerdotale è un ministero nella Chiesa e per la Chiesa. La santità del sacerdote si esprime e si accredita nel culto, nel servizio della Parola, nella comunione con il proprio vescovo, con i confratelli sacerdoti e con la comunità ecclesiale a cui è inviato come ministro del sacro.
 
Anche il Santo Curato d’Ars è un punto di riferimento valido per la santità del sacerdote del nostro tempo poiché le virtù, lo zelo, lo stile di vita che egli ha incarnato e si sono riflessi sul suo ministero fanno di lui una immagine trasparente dell’unico Buon Pastore, Gesù Cristo.
 
Un secondo obiettivo che può essere considerato come conseguenza della necessaria tensione del sacerdote alla santità è la necessità e l’urgenza del fatto che il popolo di Dio e la stessa società percepiscano l’importanza del ruolo e della missione del presbitero nella Chiesa e nella società.
Una semplice osservazione del clima esistente e dell’opinione pubblica sul sacerdote rivela una assai scarsa valorizzazione del ruolo del presbitero, quando non rivela totale indifferenza o addirittura ostilità.
L’opinione pubblica fa presto a estendere gli errori di determinati sacerdoti a tutto il presbiterio ed è assai frequente ascoltare o leggere opinioni molto negative contro i sacerdoti (contro i preti!).
 
Non si tratta di avviare qui una difesa a oltranza di una classe sociale o di una “casta”. Si tratta di avere il coraggio di dire le cose come sono; ammettere che vi sono sacerdoti che, in quanto uomini e non angeli, sbagliano e possono sbagliare anche gravemente, ma che vi sono sacerdoti – in numero incomparabilmente maggiore – che compiono il loro ministero con la massima dedizione, offrendosi al servizio di Dio e della Chiesa e della società, impegnati in compiti di grande utilità per le persone e per la comunità ecclesiale come il culto a Dio, l’educazione e la attenzione ai fanciulli, ai giovani, agli anziani, alle famiglie, agli ammalati, agli svantaggiati; pastori che si dedicano generosamente al servizio della giustizia, della verità, della libertà, della carità e della pace.
Non v’è dubbio, come ricorda un ormai noto proverbio: “Fa più rumore un albero che cade, che una immensa foresta di alberi che crescono”.  
 
Mentre in questo anno a loro dedicato i sacerdoti dovranno:
      riscoprire e rinvigorire la propria spiritualità,
      rilanciare la propria identità,
      migliorare il proprio ministero e la propria missione,
tutti i membri del popolo di Dio dovranno:
      intensificare la propria preghiera per i sacerdoti,
      coltivare un autentico affetto fraterno nei confronti di codesti fratelli che dedicano la loro vita a servirli,
      evitare generalizzazioni, stereotipi, pregiudizi, nei confronti del sacerdozio,
      pregare e affidare alla misericordia del Signore i sacerdoti che sbagliano.
 
Pastori e fedeli, approfittando di questo Anno sacerdotale, dovranno lodare Dio per il dono incommensurabile del sacerdozio e ringraziare Cristo Buon Pastore per il dono dei sacerdoti che sono nell’esercizio del ministero pastorale.
 
Papa Benedetto, ispiratore profetico di questo Anno sacerdotale ha raccomandato: “Affido alle vostre preghiere questa nuova iniziativa spirituale ... Possa questo nuovo anno giubilare costituire un’occasione propizia per approfondire il valore e l’importanza della missione sacerdotale e per domandare al Signore di far dono alla sua Chiesa di numerosi e santi sacerdoti”. (Angelus, 14 giugno 2005)
Tommytom
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mercoledì, 17 giugno 2009, ore 14:42

Adotta un sacerdote!


 
 
 
In occasione dell’Anno giubilare sacerdotale indetto dal papa Benedetto XVI e che inizierà il prossimo 19 giugno, solennità del Sacro Cuore, Umanesimo Cristiano intende lanciare una singolare iniziativa: adotta un sacerdote!
Si tratta di unirsi a una autentica campagna di preghiera per un sacerdote.
Sarà il proprio parroco, un sacerdote conosciuto, un amico sacerdote, un sacerdote “anonimo” che ha bisogno di sostegno morale e spirituale  ...
 
In un tempo di reali difficoltà e disagi, in tempi in cui al sacerdote si chiedo quasi solo servizi, i nostri sacerdoti hanno bisogno di essere sostenuti e confortati dall’affetto e della preghiera.
 
Cosa fare?
 
Chi adotterà un sacerdote dovrà impegnarsi a pregare tutti i giorni per il sacerdote adottato. Ma potrai anche procurarti il suo indirizzo postale e indirizzargli uno scritto ogni tanto.
Ma, soprattutto, si tratterà  di offrire la Santa Messa, la Comunione eucaristica, il Santo Rosario, una visita al Santissimo Sacramento, la celebrazione della preghiera della Chiesa: Lodi o Vespro, la formulazione di preziose giaculatorie ...
 
Tutto orientato e offerto al Signore - per l’intercessione della Madonna, Madre del Sommo Sacerdote e di tutti i sacerdoti –
      per la santità del sacerdote adottato,
     perché egli sappia onorare quotidianamente la propria configurazione sacramentale a Cristo Capo,
     perché sappia esprimere nella vita un’adesione cordiale e totale a quella che la tradizione ecclesiale ha individuato come l’apostolica vivendi forma
     perché sappia annunciare sempre Gesù di Nazaret Signore e Cristo, crocifisso e risorto, Sovrano del tempo e della storia, nella lieta certezza che tale verità coincide con le attese più profonde del cuore umano,
     perché le sofferenze legate al ministero pastorale siano alleviate,
     perché la scelta radicale di donarsi agli altri, gratuitamente, sia generosamente rinnovata ogni giorno
     perché ritrovi fiducia e coraggio,
     perché non abbia a cedere alla tristezza e alla solitudine,
     perché sia ogni giorno più testimone di speranza e gioia nel compimento del suo ministero pastorale,
     perché trovi nell’amore di Dio la forza della sua consacrazione celibataria per vivere “solo per amore”  nella fedeltà a Dio e al prossimo,
     perché lo Spirito consolatore favorisca nei sacerdoti una corretta ricezione dei testi del Concilio Vaticano II, interpretati alla luce di tutto il bagaglio dottrinale della Chiesa,
     perché ogni sacerdote recuperi gioiosamente quella consapevolezza che spinge i presbiteri a essere presenti, identificabili e riconoscibili sia per il giudizio di fede, sia per le virtù personali sia anche per l’abito, negli ambiti della cultura e della carità, da sempre al cuore della missione della Chiesa.
 
Sono solo alcune – queste - le intenzioni per cui adottare un sacerdote e per lui pregare. Ma è altrettanto vero che poche volte nella storia della Chiesa i sacerdoti sono sottoposti, come in questo tempo, a tali e tante aggressioni e a tentazioni che cercano di sviarli dalla eccelsa missione alla quale il Signore li ha chiamati.
 
Il sacerdote – il sacerdote che adotterai – è alter Crhistus: rende figli di Dio con il battesimo, ridona la vita divina alle anime con il sacramento della confessione, nutre i fedeli con il Corpo e il Sangue di Cristo, benedice il nascere di una nuova famiglia, consola con l’olio di salvezza gli infermi e i malati.    
 
Gli attacchi sistematici che i sacerdoti soffrono oggi sono pensati e mirati da parte dei nemici della Chiesa e colpiscono bersagli spesso spossati dalla fatica del credere e dello sperare. Per questo il sacerdote ha oggi più che mai bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo per essere fedele ogni giorno.
 
Per questa ragione adotta un sacerdote! aiutandolo così nel modo più alto possibile: offrendo per lui preghiere e sacrifici, perché Gesù Sommo ed Eterno Sacerdote gli conceda forza, consolazione e il dono della perseveranza nella sua missione redentrice.
Tommytom
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mercoledì, 17 giugno 2009, ore 09:44

San Paolo apostolo
agli apostoli di oggi


San Paolo Timoteo e Tito 
Il Papa all’Angelus di domenica 14 giungo scorso ha ricordato che è imminente la chiusura dell’Anno giubilare paolino (29 giugno prossimo).
Non ho, obiettivamente, il polso della situazione di quali frutti spirituali esso abbia portato al popolo di Dio; ho l’impressione che oltre a qualche circostanziato e/o occasionale riferimento all’Anno Paolino, non si sia fatto gran che nelle nostre comunità parrocchiali.
Se così davvero fosse, sarebbe stata una grande occasione perduta.
Sarebbe bastato che il popolo fedele fosse stato invitato e aiutato  almeno a leggere alcune delle Lettere dell’Apostolo delle Genti.
Ma stimo che al di là di qualche conferenzina più o meno dotta, poco altro sia stato fatto!
Non è disfattismo questo; non pessimismo. Le “nostre cose” - si sa – vanno così ...
Un po’ perché siamo rimasti in pochi! Un po’ perché ... abbiamo sempre tanto altro da fare ... e – proprio per questo – si finisce con il fare poco.
 
Ma non voglio piangere sul latte versato.
Lo stimolo dato da papa Benedetto ieri all’Angelus mi ha fotto tornare con il pensiero a San Paolo.
E ho fatto questa riflessione: ho dedicato gran parte del mio sacerdozio alla formazione dei laici battezzati, dei catechisti e degli insegnanti di religione. Ho animato per oltre 15 anni un Istituto di Scienze Religiose; ho donato alla mia Diocesi la formazione di oltre 1000 catechisti, generosi, bravi, impegnati; ho immesso nella scuola pubblica oltre 120 insegnanti di Religione Cattolica che hanno fatto cose inenarrabili e sacrifici a non finire per curare la loro formazione e conseguire i titoli richiesti.
Sono fiero e felice del tempo che ho donato alla mia Chiesa!
Da qualche parte questo servizio sarà registrato!  
 
Pensando ai tempi passati, ma non come “laudator temporis acti”, e pensando a San Paolo mi è venuto in mente: che direbbe San Paolo, ai miei catechisti? ai laici battezzati, ai miei insegnanti di religione?
 
Direbbe più o meno così:
 
Io Paolo a tutti gli apostoli di oggi: fedeli laici, catechisti, docenti di religione cattolica, testimoni fedeli di Gesù Cristo grazia e pace a voi da Dio ostro Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo
Penso costantemente a voi e comprendo le difficoltà che incontrate nell’evangelizzare e nell’insegnare le verità che la Chiesa proclama.
 
Voi sapete bene che ho patito e vissuto anch’io molte sofferenze che certamente sono state maggiori delle vostre.
 
E senza mio merito, ma solo per grazia di Gesù Cristo sono stato capace di superarle; lo sarete anche voi! Poichè se parteciperete alle sofferenze di Cristo troverete in esse molte consolazioni.
 
Ho riposto una grande speranza in ciascuno di voi: come lo fu per me, spero cha ciascuno di voi sia chiamato a essere apostolo di Gesù Cristo. E’ Dio che ha l’iniziativa nella vostra vocazione di laici battezzarti, educatori e catechisti; è Dio che vi concede i mezzi per esserlo in maniera degna e adeguata. La competenza e l’attitudine che possedete è essenzialmente dono di Dio e vostra risposta alla Sua grazia.
 
Come ho scritto nella mia seconda Lettera ai Corinti ripeto a voi: non avete bisogno di lettere di raccomandazioni. La vostra lettera sono i vostri alunni, i vostri fanciulli, i vostri giovani. Sono la lettera scritta nei vostri cuori poiché essi sono una lettera di Cristo redatta per voi e scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivo; no sulla carta o per posta elettronica, ma nei vostri cuori.
 
Poiché è stato Dio a far sorgere in voi questo servizio ecclesiale, non scoraggiatevi.
Voi siete ministri della nuova alleanza, apostoli inviati a questo mondo del secolo XXI per annunciare un messaggio di salvezza. Voi siete portatori della fragranza e del profumo di Cristo che non si può camuffare, che impregna tutti i vostri interlocutori e i vostri catechizzandi.
Poiché voi non spadroneggiate sulla loro fede, ma siete collaboratori della loro gioia!
 
Non dimenticate mai che lo stesso Cristo è mediatore di riconciliazione tra Dio e gli uomini; così voi dovete riconciliare il mondo con Lui attraverso l’annuncio e la testimonianza di una esistenza nuova.
 
Voi lo sapete poiché lo vivete quotidianamente: il vostro compito non solo non è facile: è un tesoro contenuto in vasi creta. Esercitate una missione, il cui supporto è fragile perché viene da Dio non da voi. Tuttavia, non dimenticatelo mai: vivete bersagliati ma non sconfitti, rifiutati ma non annientati; perplessi ma non abbandonati, sopportando sempre le sofferenze di Cristo perché la sua vita si manifesti in voi.
 
Abbiate coraggio; siate sempre all’altezza e dedicatevi generosamente al vostro compito; amate i vostri fanciulli, i giovani e fatevi in quattro per loro! Sarete veri apostoli se vivrete nella serenità, se cercherete la perfezione, se vi sosterrete scambievolmente.
E il Dio della pace e dell’amore sarà sempre con voi.
La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.
Tommytom
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martedì, 16 giugno 2009, ore 09:17

Quando un prete
nasce uomo
 
 
 
 
Sembrerebbe la costatazione più ovvia!
Eppure non lo è quasi mai.
Dal prete si pretende. Pretendono tutti.
Pretende la Chiesa, che ha del prete e nel prete un modello altissimo: “alter Christus”.
Pretende la gente, che vuole il prete a disposizione 24 ore su 24.
Pretende il prete da se stesso al fine di essere fedele alla propria vocazione.
 
Eppure “anche” il prete è un uomo che può smarrirsi nei meandri di una solitudine pungente dovuta alla constatazione di sentirsi spesso abbandonato, disatteso, se non addirittura evitato.
E’ pungente e amara la solitudine del prete che cerca una mano da stringere ma che non c’è; una voce che gli chieda “come stai?” e non la ode per nessuno gli rivolgerà mai questa domanda cordiale.
Del prete la gente ha bisogno; dunque lo cerca solo se ha bisogno; una messa da celebrare, un matrimonio da assistere, un battesimo da concordare ... Insomma quasi un distributore di benzina la parrocchia, di cui il prete è il ... benzinaio.
 
Quanti confratelli ho incontrato, quanti preti ho ascoltato, quante lacrime ho asciugato! Quante volte ho conosciuto la voglia di un confratello di fermarsi a lungo a parlare con me per immagazzinare cordialità e solidarietà per esorcizzare, in tal modo, la paura della solitudine.
E quanto io stesso mi sono trovato nella medesima situazione.
 
E’ vero che il prete è un uomo di solitudine in ragione del suo ministero. Ma credo che sia necessario non negare questa realtà, non annacquarla. E’ utile raccomandare i preziosi aiuti che possono derivare da una vita comunitaria, dall’amicizia fra preti, dal legame sacramentale con il presbiterio ecc… A condizione che sia chiaro che la scelta celibataria del prete cattolico di rito latino pone il sacerdote nella condizione di una sofferta “solitudine” che acuisce – come in ogni altro normale essere umano – il bisogno di una interrelazionalità che stemperi il naturale struggente bisogno di affetto.
Ha scritto Giovanni Paolo II in Redemptor hominis: “l’uomo non può vivere senza amore”. E l’amato papa Benedetto in Deus caritas est ha tracciato quel itinerario d’amore dall’eros alla agape e alla filia che è un capolavoro di antropologia cristiana.    
 
Ho visto non poche volte, a causa di circostanze particolari, la solitudine diventare una prova corrosiva, distruttrice dell’essere e del ministero del presbitero. E' per questo che ne parlo; perché la nostra gente conosca, sappia e lungi dallo scandalizzarsi, comprenda e stia davvero vicino a propri sacerdoti.
 
Non c’è dubbio: la solitudine esiste. Esiste per tutti. Personalmente trovo che dal punto di vista psicologico sia più tragica la solitudine di chi vive in coppia o in una famiglia di chi invece conduce una vita da single.
In fondo la solitudine è il fondo ultimo della condizione umana.
Ma per il prete questa prova è senz'altro più viva per molteplici ragioni:
      perché sa che la propria solitudine dovrà durare per tutto il tempo d'una vita umana; la sua – umanamente parlando - è una solitudine irreversibile;
      perché il sacerdote ha una interiorità spiccata, un’esistenza spirituale che affina le qualità del ministero, ma accresce anche la coscienza del limite;
      perché è un uomo di Chiesa e conosce gli insuccessi di qualche confratello, qualche passo sbagliato di qualche amico e non può non domandarsi, senza scandalizzarsi “e se capitasse a me”?;
      perché il sacerdote è uomo nel mondo anche se non del mondo che percepisce le sofferenze e i disagi derivanti dalla solitudine nella società alla quale appartiene. Quante persone si saranno rivolte proprio a lui denunciando la propria solitudine.
 
Insomma, guai a dimenticarsi che il sacerdote è un uomo che può avere alcuni elementari bisogni!
Che può sperimentare la solitudine di una notte insonne, quando si lascia prendere dalla paura, e dalla paura generata dalla paura.
 
Tutto ciò non turba la dimensione spirituale del sacerdote.
Anzi: la sua umanità piace.
In Pastores dabo vobis Giovanni Paolo II, invitando a formazione permanente i presbiteri della Chiesa cattolica, ha indicato loro quale prima area di riqualificazione e aggiornamento quella umana.
Mi ha sempre commosso la fragilità del mio confratello; la sua difficoltà ad ammetterla; il timore di sentirsi inadeguato “per le cose di Dio”.
Ho sempre avuto paura dei preti che “dicono” di non avere paura, che ostentano sicurezza, che non si fermano lungo la strada a confortare e a consolare.
Ho sempre avuto paura dei preti che nascondo la propria umanità e condannano quella degli altri.
 
Io chiedo a nome di tanti preti, di voler bene ai sacerdoti.
Chiedo di comprendere l’umanità del prete;
chiedo di non meravigliarsi dell’umanità del prete
chiedo finanche di perdonare l’umanità del prete.
 
Un prete capito dalla sua gente saprà più facilmente fortificarsi nella offerta della sua vita al Signore e al suo popolo.
 
Anche il sacerdote che vive tra la gente che vuole essere capita e amata, va capito e amato perché possa essere persona umana e, insieme, alter Christus.


 
Tommytom
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