I Umanesimo Cristiano

FEDELI A DIO E ALL'UOMO... Non si può amare Dio senza amare l’uomo e viceversa. L’uomo ha bisogno di tornare a stupirsi della propria dignità e di quella nascosta bellezza che è in ognuno e che il cristianesimo rivela in tutta la sua portata.


giovedì, 26 novembre 2009, ore 18:27

Avvento
 
Avvento.2
Tempo nuovo:
Inizio dell’anno liturgico, ciclo “C”, durante il quale si proclamerà il Vangelo di San Luca.
 
Tempo di veglia:
State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso” (Mc 13, 33).
 
Tempo di preghiera:
“Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù,” (1 Cor 1, 4). “Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!”.
 
Tempo di speranza:
“Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. ” (Isa 64, 3).
 
Tempo di attesa:
“Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. (Is 63, 16.) “Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna” (Sal 79 [80], 15).
 
Tempo di restaurazione:
“Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma,tutti noi siamo opera delle tue mani” (Is 64, 7). “Rialzaci, Signore, nostro Dio, fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi (Sal 79 [80], 4).
 
Tempo di pellegrinaggio e di conversione:
“Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità” (Is 63, 17).
 
Tempo di gioia:
fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!” (1 Cor 1, 9).
 
Tra tutte le azioni che la Parola di Dio raccomanda nel tempo d’Avvento, una ha la preminenza: “vegliare”.
     “Vegliare” è l’atteggiamento di chi spera. La speranza è il "nuovo tempo" offerto da Dio all'umanità "che non ha più tempo per Lui".
     “Vegliare” è l’atteggiamento di colui che attende con premurosa disponibilità qualcosa o qualcuno che ama.
 
Noi attendiamo la venuta del Signore.
Ci accompagni la Vergine Madre di Cristo, che la liturgia dell’Avvento ci presenta come Vergine dell’Attesa e Madre della Speranza,modello di chi veglia nella attesa della beata speranza del ritorno glorioso del suo divin Figlio.
Tommytom
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giovedì, 26 novembre 2009, ore 09:17

Il tempo d’Avvento
 
 
Avvento
Quando si avvicina il tempo del Natale, l’anno liturgico contempla e prevede un periodo di preparazione speciale: l’Avvento. Occasione, questa, non dissimile da ciò che tutto il mondo fa alla vigilia di un grande avvenimento.
Per esempio un viaggio. Prima di intraprenderlo, deve essere preparato con cura e nei particolari: per questo si studia la mappa; si ci si informa sulla storia, gli usi e i costumi del luogo; si decide il mezzo con cui effettuare il viaggio, e si prenota un luogo dove soggiornare.
 
L’Avvento è il tempo - 4 settimane approssimativamente – che la Chiesa dedica a preparare il più grande avvenimento della storia: la nascita di Gesù, l’uomo di Nazareth, il Cristo della fede.
 
Sebbene sia storicamente certo che Gesù sia nato duemila anni fa in Betlemme, quello che ora conta è Egli nasca nei cuori di ciascuno e nella vita di ciascuno trovi un posto.
Colui che per nascere ha trovato dimora in un villaggio della Giudea è lo stesso Signore che ogni anno, anzi ogni giorno, cerca di dimorare in noi stessi.
Che altra cosa è la Comunione, se non questa volontà di Dio di essere ricevuto dentro di noi, di “essere mangiato”? Un Dio che si lascia mangiare è qualcosa di straordinario! 
 
Per molti secoli i profeti hanno annunciato la venuta e il giorno del Signore. Essi scrivevano le loro profezie generalmente in versi e le offrivano al popolo, che di generazione in generazione le apprendeva a memoria, le recitava o le cantava in tutta la Palestina, pregustando la gioia della promessa e ponendo la propria speranza nel compimento delle promesse, quando – cioè - si sarebbe compiuto il frutto dell’Alleanza.
 
Giunta la pienezza dei tempi “venne un uomo chiamato Giovanni” ultimo dei profeti, la cui missione era quella di “preparare le vie al Signore”, fungendo da cerniera tra l’Antico e il Nuovo Testamento.
 
Solo un mese distanziò la nascita del Battista da quella di Gesù.
E dopo non ci furono più né profezie, né promesse.
Nel grembo della Vergine Maria Dio si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
Nei giorni dell’attesa accenderemo ogni settimana una candela della Corona dell’Avvento, in una specie di conta all’indietro fino a giungere al grande giorno in cui faremo memoria della prima venuta del Salvatore nel suo vero corpo: Lui la Luce del mondo.
 
Che bello sarebbe se in ogni famiglia, a partire dalla parrocchia che è la grande famiglia delle famiglie, si potesse effettuare questo conteggio all’indietro, preparatorio del grande giorno!
 
Attraverso l’itinerario d’Avvento, Gesù quando nascerà trovi il nostro cuore preparato per accoglierlo nuovamente.
E se abbiamo avuto la fortuna di avere avuto nel nostro cuore e nella nostra vita ogni giorno dell’anno, come ospite, colui che in realtà è il proprietario della nostra casa, celebreremo con rinnovato gaudio e stupore la sua presenza.
 
Gli chiederemo
    che il nostro amore non diventi asfittico;
    che ci aiuti ad allontanare dalla nostra vita la monotonia e l’abitudinarietà;
   che ci insegni a scoprire nel nostro prossimo, particolarmente quello più bisognoso, quel Gesù che si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. 
Tommytom
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mercoledì, 25 novembre 2009, ore 09:39

I cristiani in politica
e la politica a servizio
del bene comune
  
SAN PIETRO DAL TEVERE
 
La Chiesa ha appena celebrato la festa di Cristo Re dell’universo.
Sono state tante le riflessioni fatte in questi giorni che hanno messo al centro il regno di Dio, la legge dell’amore, legge di questo Regno e l’impegno dei cristiani perché questo regno sia difeso e diffuso.
 
Uno de modi per diffondere e difendere il regno di Dio è la presenza dei cristiani cattolici in politica.
Abbiamo già avuto modo di dire che la politica è a servizio del bene comune. E’ per questo che la politica diventa perversa quando si pone a servizio degli interessi particolari, personali, di partito a danno degli interessi generali e con danni gravi nei confronti del bene comune quando si registrano casi di corruzione e concussione nella attività politica o negli ambiti ad essa legati.
 
Tuttavia la corruzione, che tanto scandalizza la società, evidenzia a volte non solo la passività politica, ma anche la anemia morale della stessa società.
 
Servire il bene comune è creare e assicurare le condizioni della vita sociale che rendano possibile alle associazioni e a ciascuno dei suoi membri il conseguimento più pieno della propria perfezione.
Esigenze ed elementi essenziali del bene comune sono prima di tutto il rispetto, la promozione dei diritti e delle libertà fondamentali della persona umana, il benessere sociale subordinato al bene di ogni persona. Senza il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali non è possibile un vero ordine democratico in cui nessuna voce venga esclusa dal dibattito pubblico.
 
La libertà occorre conquistarla ogni giorno; e la si esercita ogni giorno!
In questo momento, anche negli Stati che si professano democratici, la libertà di coscienza, la libertà religiosa, quella ideologica, la libertà di educazione, sono oggetto di preoccupanti restrizioni, quando non di gravi ferite, a causa dell’offensiva laicista che cerca di imporre come etica pubblica una particolare opzione che si vorrebbe fra passare come bene comune, per il fatto semplice di essere svincolata da ogni riferimento religioso.
 
Orbene: difendere la libertà religiosa contro i frequenti attacchi ai quali è sottoposta, dai più beceri e volgari a quelli più dissimulati, non significa scatenare una guerra di religione, ma semplicemente proteggere una fondamentale libertà universalmente riconosciuta, senza il cui rispetto la democrazia non sussisterebbe.
 
Una politica al servizio del bene comune deve assicurare il diritto fondamentale, primo e primario di ogni persona umana alla vita dal suo concepimento, al quale deve essere riconosciuta la sua ontologica dignità di persona, sino al suo tramonto naturale. Questo significa sviluppare una politica efficace di protezione integrale della maternità mediante un sistema coerente di aiuti che permetta a ogni, per quando sfavorevoli siano le sue circostanze, di accogliere e di educare i propri figli.
 
Una politica al servizio del bene comune è quella che difende e protegge la famiglia costituita sul vero matrimonio formato dall’unione di un uomo e di una donna.
Per la vita e famiglia costituisce oggi una grave minaccia la diffusione della difesa della cosiddetta ideologia del genere, anticamera della promulgazione di leggi assolutamente incompatibili  con il rispetto della vita umana, con la dignità della donna, con una retta concezione della istituzione familiare.
 
Sotto la luce e l’impulso della enciclica di benedetto XVI Caritas in veritate, occorre sottolineare la dimensione morale di tutta l’attività economica, la necessità ineludibile che il mercato si attenga alle esigenze etiche del bene comune, la necessità di una nuova economia la cui dinamica sia segnata dalla solidarietà e dalla sussidiarietà.

Non è sufficiente denunciare la corruzione politica, in tutti i suoi versanti, inclusa la colpevole paurosa incapacità di gestione della cosa pubblica da parte di non pochi eletti; non basta denunciarla se non si è pronti – ciascuno per la propria parte – di assumere ogni grave responsabilità morale per far si che la cosa pubblica e la attività politica sia orientata al conseguimento del bene comune.

E’ questa l’ora, è questo il tempo opportuno in cui è imperiosamente necessaria la presenza dei cattolici nella vita politica intesa come attività specifica, organica, istituzionalmente orientata all’ordine sociale e al conseguimento del bene comune, attraverso diversificate forme di esercizio del potere/servizio.
L’attività politica in senso stretto deve essere vissuta come vocazione autentica e impegno morale.
Le esigenze di ordine morale cui deve attenersi il politico cattolico non sono differenti e distinte da quelle cui deve attenersi il politico non cattolico, anche se la fede conferisce al credente speciale luce per percepirle con ogni chiarezza e la grazia conferisce speciale forza per compierle.
 
Inoltre: nella prospettiva della fede l’attività politica costituisce un logo e una occasione di santificazione e mezzo privilegiato per raggiungerla, in quanto la politica è luogo e strumento per la realizzazione strutturale della carità – la carità politica – mediante decisioni e attuazioni che permettono di creare “strutture di grazia” che rendano più sicuro e pieno il conseguimento del bene comune.
 
La presenza dei cattolici in politica sarà veramente efficace e rilevante, quando essi e la comunità di appartenenza saranno posseduti dalla convinzione della forza politica dell’amore. Sì: “la politica come la più alta forma della carità!”, come ebbe a dire Paolo VI.
Attraverso la forza dell’amore e della carità saranno così capaci di offrire non una mera alternativa politica, ma una vera alternativa culturale, morale, assiologica intesa come dottrina e teoria dei valori.

Nella situazione attuale è necessario e urgente la presenza e la partecipazione di tutti e di ciascuno per rigenerare moralmente e democraticamente la vita e le istituzioni politiche.
 
Occorrerà l’impegno di tutti: eletti ed elettori (popolo sovrano!), al fine di
         sconfiggere la corruzione politica e prodigarsi per il conseguimento del bene comune;
          riconoscere la persona umana “principio, soggetto e fine di ogni Istituzione”;
         affermare la dignità della persona umana dal concepimento alla sua morte naturale e i diritti fondamentali radicati in questa dignità;
          a partire da questo rispetto alla persona, promuovere la giustizia e la libertà per una società autenticamente e davvero democratica.
 
Tommytom
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martedì, 24 novembre 2009, ore 09:06

E’ possibile che la Chiesa
sia al margine della politica?
 
 
ponte sisto.3
E’ sotto gli occhi di tutti la fatica del mondo politico nel governo del Paese.
Dopo interventi recenti da parte di esponenti – anche eminenti – della gerarchia ecclesiastica, da molte parti si leva la domanda: Può la Chiesa mantenersi al margine della politica?
 
Per sgomberare il campo da illazioni tranquillizziamo subito gli amici: la Chiesa fa bene a non parteggiare per alcuna aggregazione partitica.
Ma non può e non deve restarne al margine.
 
Le parole di Benedetto XVI in Deus caritas est sono chiarificatrici: La Chiesa non deve prendere “nelle sue mani la battaglia politica”. E ancora: “ La Chiesa non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia.” 
E’ in questo contesto che i credenti hanno diritto di conoscere dalla Chiesa, vescovi e pastori, i criteri che possano illuminare le loro coscienze e quelle di coloro che desiderano ascoltarli. Questa non è né ingerenza, né imposizione, ma solo consapevolezza di appartenere ad un destino comune che può proficuamente ispirare i comportamenti di ciascuno, e può motivare l’affezione e lo slancio partecipativo alla cosa pubblica.

 
La Chiesa è formata da Laici, che sono la maggior parte, da Consacrati religiosi e religiose e dai sacerdoti.
E’ evidente che i laici, che sono allo stesso tempo cristiani e cittadini, debbono mettersi in politica, pensare alla politica che intendono favorire. E per pensarla debbono far ricorso ai criteri che si ispirano alla dottrina cristiana che deriva dal Vangelo. I laici sono chiamati ad associarsi a partiti o ad aggregazioni politiche. Infine tutti i cittadini, così anche i cittadini cristiani sono chiamati ad esprimere i proprio orientamenti politici e sociali attraverso le elezioni previste dall’ordinamento politico.
 
Ma tutto questo devono farlo come cristiani e cittadini, senza dimenticare di essere membri della Chiesa.
 
Anche i pastori della Chiesa sono cristiani e cittadini. Tuttavia per poter essere pastori di tutti debbono scegliere la linea di non coinvolgimento… in alcuna scelta di schieramento politico o di partito, ma sono chiamati a illuminare le coscienze dei credenti con la luce che deriva dalla dottrina sociale cristiana. Ciò diventa è imprescindibile quando esiste il “rischio di scelte politiche e legislative che contraddicono fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale” (Benedetto XVI, Discorso al Convegno Ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006).
 
Che si possano manifestare ed esprimere criteri in una società democratica non dovrebbe suscitare timore. A qualcuno piacerebbe che la Chiesa non parlasse, perché il proprio silenzio potrebbe essere interpretato da tutti a seconda della propria appartenenza partitica. Sarebbe molto facile attribuire alla Chiesa ciò che la Chiesa non dice.
E questo silenzio accontenterebbe tutti.
E su materie opinabili la cosa potrebbe passare.
Tuttavia quando ci si riferisce a questioni e a temi assolutamente vincolanti al nucleo della dottrina cristiana che derivano dal Vangelo, l’accordo dei cristiani credenti deve essere condiviso e unanime.
 
Ciò che riguarda la fede e la morale, la Chiesa è chiamata a difenderlo e a diffonderlo sempre, con la medesima forza, con la stessa integrità. E l’accordo dei cristiani in politica è accordo con la fede e la morale della Chiesa di tutti i tempi che mi giunge per bocca di tutti i membri della Chiesa: pastori, consacrati, sacerdoti e laici.
 
Per questo il politico e l’elettore hanno il diritto di avere dalla Chiesa e dai sacerdoti in modo speciale il servizio della illuminazione al fine di individuare quei beni umani fondamentali che oggi meritano di essere preferibilmente e maggiormente difesi e promossi, perché maggiormente misconosciuti o calpestati. Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante in questo aiuto al discernimento del fedele.
 
Questo consentirebbe a ogni elettore di elaborare un giudizio prudenziale e discernere nell’attuale situazione quali beni umani fondamentali sono in questione, e giudicare quale parte politica - per i programmi che dichiara e per i candidati che indica per attuarli – dia maggiore affidamento per la loro difesa e promozione.
 
Una cosa deve essere certa: i pastori della Chiesa devono astenersi completamente dall’indicare quale parte politica ritenga a suo giudizio che dia maggior sicurezza in ordine alla difesa e promozione dei beni umani e del bene comune.
Proviamo a riflettere:
Tommytom
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lunedì, 23 novembre 2009, ore 11:12

Cristo Re
 
Cristo Re.3
Questa settimana si conclude l’anno liturgico.
Domenica prossima la Chiesa inizierà un nuovo anno.
Come la terra gira attorno al sole (movimento di rivoluzione), così la Chiesa gira attorno al Sole di Giustizia, Gesù il Signore. Questo movimento di rivoluzione lo compie proprio nel corso dell’anno liturgico in cui sono meditati i misteri dell’incarnazione della morte e della risurrezione di Gesù.
E come la terra, mentre gira attorno al sole (rivoluzione) ruota su se stessa (movimento di rotazione), la Chiesa, con il suo vivere e celebrare, continua ad attuare - nei suoi tempi e con i suoi riti - le azioni di salvezza operate da Gesù.
 
Nella festa di Cristo Re la Chiesa rende omaggio al suo Signore. Cristo è “l’Alfa e l’Omega, colui che è, che era e che viene” (Ap 1, 8).
La parola di Dio ha affermazioni suggestive per rende onore al Re dei re.
    Ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo; gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto”. (Dan 7, 13-14).
    “Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra” (Ap 1, 5).
    “Il Signore regna” (Sal 92).
    Gesù dichiara davanti a Pilato: “Tu lo dici; io sono Re” (Gv 18, 37).
 
Queste parole posso destare stupore e meraviglia in coloro che interpretano la regalità di Cristo con i parametri dei signori e i potenti della terra.
Ma Gesù precisa: “Il mio regno non è di questo mondo”.
Il Figlio dell’uomo esercita il potere, il dominio, la gloria e l’onore per liberarci dal potere della morte e dei nostri peccati.
 
E’, dunque, doveroso cantare al Signore dei signori, al re dell’universo, godere del suo trionfo, rallegrarsi per il fatto di appartenere al suo regno, testimoniare, diffondere e difendere la sua signoria con audace coraggio.
Senza, tuttavia, dimenticare mai la parola del Vangelo:
    il trono di Cristo Re fu la Croce;
    la sua corona fu una corona di spine;
    ha regnato servendo e lavando i piedi ai suoi apostoli;
    ha insegnato il modo di essere i primi: scegliere sempre l’ultimo posto.
 
L’esultanza per la venuta gloriosa di Cristo come Signore dei vivi e dei morti, il suono delle trombe che introdurranno la teofania del Figlio di Dio, lo spettacolo regale che è la Bibbia descrive della venuta ultima del Signore non deve distoglierci dalla meditazione di che cosa sarà quel giorno. Gesù Cristo, che è morto e risorto, che è assiso alla destra del Padre nella gloria del cielo, il Figlio di Dio, tornerà per ricapitolare in se tutte le cose (instaurare omnia in Christo) e manifestare l’amore supremo con cui Dio ama ogni creatura sua.
 
La festa di Cristo Re dell’universo è giorno di omaggio, di esultanza, di adorazione, di benedizione e di gloria.
La festa di Cristo Re dell’universo è giorno in cui siamo chiamati a considerarci e identificarci – perché lo siamo realmente - come membri del regno di Dio.
Alla fine vie entreremo se saremo stati misericordiosi e santi.
 
Per questo con il salmista cantiamo: “La santità si addice alla tua casa, o Signore, per sempre” (Sal 93, 5).
Tommytom
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sabato, 21 novembre 2009, ore 16:54

TEMPUS PER ANNUM – XXXIV DOMENICA
 
 
Cristo Re dell’universo
 
 
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
  

Si conclude, con la XXXIV domenica, l'anno liturgico. Domenica prossima sarà la prima di Avvento e cominceremo un nuovo vangelo, quello di Luca.

Un altro anno si chiude perché un altro se ne riapra.
L'anno liturgico ci ha aiutato a conoscere Gesù per essere suoi discepoli. Tutta la storia è segnata dall'evento Cristo. Tutta la liturgia ruota attorno ai misteri della incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù.
E, in conclusione di tutto ciò che è stato proclamato, la Chiesa dichiara che Gesù il Signore è re dell'universo.
 
Cristo ha conquistato il suo trono regale umiliandosi fino alla morte e alla morte di croce. È la conquista del crocifisso; è la nostra redenzione. Una conquista scaturita soltanto dall'amore, dalla misericordia, dalla piena riconciliazione.
Gesù con la morte in croce ha celebrato questo straordinario potere dell'amore. Egli infatti con la sua passione e morte e risurrezione ha ridonato all'uomo l'eterna felicità; e chi si pone alla sua sequela gode già in terra degli effetti dell'appartenenza a questo regno.
Un regno non poggiato sulle forze armate né sul potere economico, né sul potere delle idee, ma sul potere dell'amore e della verità.
 
La Chiesa ci fa considerare la gloria del Figlio di Dio, il Signore Gesù, riconosciuto e adorato come sovrano dell'intero universo: "Il Signore regna, canta il Salmista, si ammanta di splendore; il Signore si riveste, si cinge di forza. Rende saldo il mondo, non sarà mai scosso. Saldo è il tuo trono fin dal principio, da sempre tu sei." ( Sl 92).
 
Una regalità che ci viene illustrata dal racconto dell'evangelista Giovanni, in un passaggio del processo al Cristo, il rabbi di Nazareth, denunciato dai Giudei all'autorità romana, col pretesto di volersi fare re. «Tu sei il re dei Giudei?»
Alla domanda di Pilato Gesù risponde: "Io sono re. Per questo io sono nato, e per questo sono venuto nel mondo..." Ma "Il mio regno non è di questo mondo", chiarisce subito e ribadisce: "..il mio regno non è di quaggiù..."
La sua origine è eterna, perché la sua origine è nella sovranità stessa di Dio, quel Dio che il Cristo è venuto a rivelare: un Dio d'amore, un Dio che salva.
E' questa la verità che Gesù, l'Uomo di Nazareth e il Cristo della fede è venuto a portare e a testimoniare; una verità che si incarna nella Sua persona; una verità che è tutt'uno con l'amore, che si rivelerà pienamente nel dono estremo di sé sulla Croce, per la redenzione di tutti gli uomini.

Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio,
      è Re da sempre;
      è Re degli uomini
      è Re dell'Universo;
      è il Verbo di Dio, l'Unigenito del Padre, fattosi uomo per amore;
      è il Messia promesso e atteso per generazioni.
 
Cari Amici: grati al Signore per averci fatto dono di un altro anno liturgico all'insegna dell'ascolto della sua parola e partecipando alla sua mensa eucaristica, rinnoviamo il nostro impegno di vita cristiana nella fedeltà totale alla fede e agli insegnamenti del Maestro, pronti a seguire il nostro Re con coerente entusiasmo, per testimoniare il suo Regno “eterno e universale: regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace”. (Prefazio)

Facciamo nostra la preghiera di inizio della Santa Messa di questa solennità "O Dio, fonte di ogni paternità, che hai mandato il tuo Figlio per farci partecipi del suo sacerdozio regale, illumina il nostro spirito, perché comprendiamo che servire è regnare, e con la vita donata ai fratelli confessiamo la nostra fedeltà al Cristo, primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra".
Tommytom
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sabato, 21 novembre 2009, ore 08:57

«Tu lo dici: io sono Re»
 
Nell’ultima domenica dell’anno liturgico la Chiesa celebra la solennità di Cristo Re dell’universo.
Durante la sua Passione alla domanda di Pilato: “Tu sei re”? Gesù rispose: “Tu lo dici, io sono Re” (Gv 18, 37).
Tuttavia il suo regno “non è di questo mondo” (Gv 18, 36). Per questa ragione Gesù rifiutò il titolo di re inteso nell’accezione politica (cf Mt 20, 25).
Cristo non è venuto a dominare i popoli e le città; ma a liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato, dalla paura e dalla morte e a riconciliarli con Dio.  
Gesù è nato dal grembo della Vergine Maria ed è entrato nel mondo per essere testimone della verità. (Gv 18, 37).
 
La ‘verità’ che Cristo venne a testimoniare nel mondo è che Dio è amore e ama ognuno con amore di padre.
Con il sacrificio della sua vita sulla croce Gesù ha dato piena testimonianza della verità su Dio, sull’uomo, sul mondo. La croce è il “trono” dal quale Cristo Signore ha testimoniato la realtà sublime di Dio-amore; offrendosi come espiazione per il peccato del mondo ha vinto il dominio del “principe di questo mondo” (Gv 12, 31) e instaurò definitivamente il regno di Dio. 
 
Questo regno si manifesta pienamente alla fine dei tempi, dopo che tutti i nemici saranno sconfitti; l’ultimo nemico sarà la morte. Alla fine il Figlio consegnerà il Regno al Padre e finalmente Dio sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).
 
Il cammino per giungere a questa meta è lungo e non ammette scorciatoie; in effetti ogni persona deve accogliere liberamente la verità dell’amore di Dio.
 
“La via per giungere a questa meta è lunga e non ammette scorciatoie: occorre infatti che ogni persona liberamente accolga la verità dell’amore di Dio. Egli è Amore e Verità, e sia l’amore che la verità non si impongono mai: bussano alla porta del cuore e della mente e, dove possono entrare, apportano pace e gioia” (Benedetto XVI).

Questo è il modo di regnare di Dio; questo il suo progetto di salvezza: un ‘mistero’ nel senso biblico del termine, cioè un disegno che si rivela a poco a poco nella storia.
 
La regalità di Cristo non può essere compresa da chi si afferra al potere di questo mondo.
Anche oggi, il cristiano che confessa e testimonia la regalità di Gesù Cristo è oggetto di incomprensione o di scherno come lo fu il Mastro davanti a Pilato. La sua regalità va unita all’amore per la verità anche se la verità non è sempre comoda.
 
C’è una forma di esercitar oggi il potere che cerca di sottomettere la verità. E’ il caso del totalitarismo che “nasce dalla negazione della verità in senso oggettivo: se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l'uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini.” (Giovanni Paolo II).
 
Quando si manipola la verità tutto si intorbidisce. La frode, il furto, la corruzione, la menzogna, l’oltraggio alla vita concepita, l’eutanasia la conculca dei diritti fondamentali della persona umana debbono essere riconosciuti come autentici mali morali e sociali. La verità conculcata rende schiavi gli uomini.
Alcuni sperimentano la crudeltà di questa situazione, mentre altri, nel nome di una apparente e presunte libertà, sono schiavi delle proprie passioni.
 
Cristo Re, liberandoci dal peccato, ci rende capaci e ci mette nelle condizioni di orientare e vivere tutta la nostra vita e le nostre azioni secondo Dio, secondo i suoi comandamenti. In tal modo tutto canta la sua verità.
Cristo Re apre a noi un nuovo orizzonte di libertà, che vince la paura di ogni potere umano.
Permettiamo che il suo regno venga e si renda presente in mezzo a noi tutti!
Solo Lui può liberarci da ogni forma di tirannia.
 
Tommytom
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venerdì, 20 novembre 2009, ore 16:37

Cenacolo Vergine della Pentecoste

 

pentecoste.7

 

E' questo l'indirizzo del blog del Cenacolo

http://www.cenacolodipentecoste.splinder.com/

 

Tommytom
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giovedì, 19 novembre 2009, ore 10:09

La regalità di Cristo
 
Cristo Re!
Domenica prossima la chiesa celebra la regalità di Cristo.
E’ la conclusione di un anno liturgico, del kayros, cioè il tempo santo, durante il quale la Chiesa ha celebrato l’opera di salvezza del Cristo.
Colpisce il dialogo tra Gesù e Pilato sulla Sua regalità: "Sì io sono re, per questo sono nato, per questo sono venuto al mondo, per rendere testimonianza alla verità". Gesù afferma sì la sua regalità, ma dice anche che la sua regalità é particolare, "il mio regno non é di questo mondo, se il mio regno fosse di questo mondo, i miei soldati combatterebbero perché non fossi catturato, imprigionato, processato, il mio regno non é di questo mondo".
Con questa dichiarazione Gesù ha indicato che la Sua regalità è profondamente diversa dal concetto di regalità oggi intesa.
 
Dove è questo Re?
Quale è il Suo trono?
Il Vangelo ci porta sul Calvario, a guardare il Re che è sul suo trono: la Croce. La corona di spine, la sua corona regale.
La croce? Sì la croce.
Guardarlo come?
Il Vangelo indica quattro modi di guardare il Re sul trono della croce:
-    i capi del popolo,
-    i soldati,
-    uno dei due malfattori
-    l’altro malfattore.
 
Solo il quarto è vero: Ricordati di me quando sarai nel tuo regno!
 
Il Re è “il Cristo di Dio”.
Guardando Gesù sulla croce, l’uomo scopre chi è Dio e la salvezza. Egli è grazia, egli è solo misericordia, Egli muore perché io possa vivere.
Ricorda la Scrittura: “A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi “ (Rm. 5,7-8).
“Gesù ricordati ...”
“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il Figlio delle sue viscere? Anche se si dimenticasse, io non ti dimenticherò mai di te”
 
Gesù non vuole affermare la Sua regalità con la forza, Egli vuole la nostra libera adesione a ciò che Lui é e a ciò che Lui insegna. Nessun uomo può essere costretto a credere in Cristo e ad attuare la Sua legge di Amore. Sono realtà che devono scaturire da una nostra libera e responsabile decisione.
 
Egli regna su di noi poiché con la sua Croce ha liberato “quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta al vita” ((Is. 49, 15)
 Guardiamo unicamente a Lui ... il Cristo che dona se stesso sulla croce, il Cristo che effonde il suo sangue per la remissione dei peccati.
 
Guardiamo al Re Crocefisso convinti della nostra infinita miseria, Egli è l’infinita misericordia del Padre che si ricorda di noi per introdurci nel suo Regno.
Accostiamoci  a Lui con amore, con riconoscenza e con ostinata speranza; solo Lui ci può salvare; solo Cristo ci dona la luce, la vita, la speranza, con il Suo Amore che è Misericordia.

 
 
ATTO DI CONSACRAZIONE
A CRISTO RE
 
O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, guarda a noi umilmente prostrati innanzi a te.
Noi siamo tuoi e tuoi vogliamo essere e per vivere a te più strettamente uniti, ecco che ognuno di noi oggi spontaneamente si consacra al tuo sacratissimo Cuore.
 
Molti, purtroppo, non ti conobbero mai; molti, disprezzando i tuoi comandamenti, ti ripudiano.
O benignissimo Gesù, abbi misericordia e degli uni e degli altri e tutti quanti attira al tuo sacratissimo Cuore.
 
O Signore, sii il Re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da te, ma anche di quei figli prodi­ghi che ti abbandonarono; fa' che questi, quanto prima, ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame.
 
Sii il Re di coloro che vivono nell'inganno e nell'er­rore, o per discordia da te separati; richiamali al porto della verità, all'unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile, sotto un solo pastore.
 
Largisci, o Signore, incolumità e libertà sicura alla tua Chiesa; concedi a tutti i popoli la tranquillità dell'ordine: fa' che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce: "Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salvezza; a lui si canti gloria e onore nei secoli eterni.”
Amen.
Leone XIII
Tommytom
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mercoledì, 18 novembre 2009, ore 08:47

La croce e il Crocifisso
 
 

 
Dopo la sentenza del Corte europea dei Diritti umani sul crocifisso nei luoghi pubblici si moltiplicano le iniziative in merito al ripristino della Croce laddove, per qualsivoglia motivo era stata rimossa ... per disattenzione o non ripristinata dopo qualche intervento di pulizia delle pareti ...
Quel che è certo - e piace! – pare di assistere a un sussulto di identità cristiana, che ritenevamo sopita.
 
In verità il buon senso dei nostri amministratori - che è gente del nostro popolo - sa perfettamente che il crocifisso non genera alcuna discriminazione! Al contrario quando gli Stati e le Istituzioni disattendono e/o conculcano la coscienza degli individui hanno perso gran parte della loro legittimità e dimenticato la propria dimensione di servizio alla società.
No! Non permetteremo che la forza dei segni sia dimenticata o si perda a causa della scomparsa dei segni stessi.
 
La Croce è essenziale nel cristianesimo; è un messaggio di vita, di speranza, di gioia.
La Croce è il segno della rivoluzione cristiana che disseminò nel mondo l’idea della uguaglianza tra gli uomini, fino ad allora assente.
Il Crocifisso ci rappresenta tutti.
Prima di Cristo nessuno aveva detto che tutti gli uomini sono uguali; davanti a Cristo non c’è né ricco né povero, né giudeo o non giudeo, né bianco né nero: tutti gli uomini sono fratelli!
 
Chi mai, nelle differenti epoche della storia antica e recente, ha potuto dire e testimoniare coerentemente con la propria vita:
    Io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra. (Mt 5,39)
    Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. (Mt 5,  43-45)
    Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste. (Mt 5, 46-48)
 
E San Paolo, che di Cristo aveva fatto una travolgente esperienza sulla via di Damasco, sostiene: “non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti”. (Col 3,11)
 
Con la Sacra Scrittura alla mano le esemplificazioni potrebbero essere numerosissime. Invito solo a pensare al capolavoro delle Beatitudini (Mt 5, 1-11) che a ragione possono essere definite la Magna Charta o la Carta costituzionale del cristiano e del cristianesimo.
Tutto il Vangelo di Gesù Cristo è annuncio di misericordia, di fraternità, di uguaglianza, di pace, di solidarietà, di amore anche verso i nemici.
 
Sì amici; la presenza del Crocifisso nella vita dipende da quanto ciascuno scopre in esso il senso di una vita donata per amore; da quanto scopre la grandezza dell’amore di Dio per l’uomo rappresentato dal dono d’amore di Gesù.
 
Noi non siamo solamente gli eredi di una tradizione.
Siamo testimoni pubblici del valore e del significato della croce e dell’amore di Colui che sulla croce si è lasciato crocifiggere. 
Tommytom
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martedì, 17 novembre 2009, ore 09:34

L’identità del laico cristiano:
Cristo in noi e noi in Cristo
 
Volto di Cristo.4
 
Il tema del laicato cattolico si sta imponendo per il movimento sociale, culturale e politico che segna la vita del Paese di questi giorni su molti fronti.
Il nostro Paese ha bisogno di un sobbalzo di valori evangelici.
In un magma di qualunquismo, di pressappochismo, di improvvisazione, è urgente far riferimento e poter contare su chi ha una progettualità che si confronta con i valori eterni del vangelo e del cristianesimo.
Lo ricordiamo? “Passeranno i cieli, passerà la terra, ma le mie parole non passeranno”!  L’ha assicurato Lui. E la Sua è parola certa.
 
Ecco perché è urgente contare su chi vive la vita in Lui; sì Cristo in noi e noi in Cristo. Nonostante i nostri limiti, nonostante i nostri peccati.
Ma Lui è venuto proprio per questo.
 
Allora continuiamo la nostra riflessione sull’identità del laico cristiano, che come dicevamo ieri è protagonista della storia.
 
Papa Benedetto XVI nel corso di una Udienza generale,  prendendo a prestito alcune parole della Lettera attribuita a Giuda Taddeo ha attirato l’attenzione su un tema a lui caro e urgente: l’identità cristiana.
Ha detto il Papa: “In mezzo a tutte le tentazioni che ci sono, con tutte le correnti della vita moderna, dobbiamo conservare l’identità della nostra fede. Certo, la via dell'indulgenza e del dialogo, che il Concilio Vaticano II ha felicemente intrapreso, va sicuramente proseguita con ferma costanza. Ma questa via del dialogo, così necessaria, non deve far dimenticare il dovere di ripensare e di evidenziare sempre con altrettanta forza le linee maestre e irrinunciabili della nostra identità cristiana. D'altra parte, occorre avere ben presente che questa nostra identità richiede forza, chiarezza e coraggio davanti alle contraddizioni del mondo in cui viviamo”.
 
Che cosa si deve intendere per identità cristiana?
 
Il termine "cristiana" esprime l’essere e la vocazione. Dopo la morte e la resurrezione di Gesù i discepoli in Antiochia - come riferiscono gli Atti degli Apostoli - furono chiamati per la prima volta cristiani. Già allora con il loro comportamento si presentavano come uomini la cui vita era modellata dalla parola di Cristo. Essi appartenevano a Cristo, erano inseriti in Cristo, conformati a Cristo nel modo di pensare, di parlare e di agire: e ne davano testimonianza fiera e felice!
 
E’ la fede che fa comprendere in profondità cosa e quale sia l’identità cristiana:
-        i cristiani sono tali perché Gesù Cristo è con loro ogni giorno, fino alla fine del mondo (cf. Mt 28,20).
-        il loro legame con Cristo è talmente forte che l’apostolo Paolo può dire: noi siamo “in Cristo” e Cristo è in noi.
-        nella lettera ai Galati egli scrive: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
-        Chi si riconosce di Cristo, deve “rivestirsi di Cristo” e rendere visibile nella sua vita l’appartenenza a Gesù (cfr. Gal 3,27).
 
La vita cristiana, l’identità cristiana è iniziata con il sacramento del battesimo:
-        con esso il battezzato è stato inserito in un rapporto vitale con la Santa e Beata Trinità;
-        con il battesimo il cristiano diventa figli di Dio, fratello e sorella di Gesù Cristo, tempio dello Spirito Santo;
-        da questo rapporto con Dio dovrebbe essere plasmata tutta la vita del credente.
 
Il cristiano appartiene a Cristo
 
Come nella vita naturale ogni essere vivente cresce e si sviluppa e ciascuno esprime  le proprie potenzialità e capacità divenendo gradualmente uomini maturi, così anche nella vita cristiana avviene una crescita e uno sviluppo. L’apostolo Paolo scrive: “Dobbiamo arrivare allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Lui, che è il capo, Cristo” (Ef 4,13-15).

I cristiani sono persone che sono state afferrate da Cristo in un duplice senso:
-        Gesù rappresenta qualcosa di importante per loro, ma l’impulso a questo vitale rapporto vicendevole viene da Cristo. È lui che rivolge il suo appello agli uomini e alle donne e li attrae.
-        Chi crede in Cristo si lascia condurre dallo Spirito di Dio a un vitale rapporto con Cristo. S. Agostino ha scritto che ciò che c'è di cristiano nei cristiani è Cristo.
 
Questa è l’autentica spiritualità cristiana.
  
Cristiani e testimoni in un mondo pluralistico
 
In tale contesto si inseriscono le parole del Papa Benedetto. Non v’è dubbio alcuno che essere cristiani oggi è significa essere soggetti a nuove sfide. Invasi da una molteplicità di parole e opinioni, corriamo il rischio di “essere sballottati qua e là dalle onde” (Ef 4,14). L’apostolo Paolo, che sperimentò simili situazioni, dà delle indicazioni a tale proposito. Anche l’ambiente in cui egli viveva era caratterizzato da quella che oggi chiamiamo globalizzazione. Era una “oikumene”, cioè un mondo pervaso da varie culture, nel quale le varie religioni e ideologie facevano ognuna propaganda di sé e le città offrivano occasioni e spazi per la pubblica discussione dei vari progetti e programmi di vita (At 17). La comunità cristiana dovette confrontarsi a queste sfide. Alla domanda che cosa comporta l’essere cristiani e che cosa caratterizza l’identità cristiana, l’apostolo Paolo dà una chiara risposta, valida anche oggi: essere cristiani significa essere “in Cristo” e “con Cristo” e comportarsi “secondo l’insegnamento di Gesù”. 
 
Uno stile di vita conforme a Cristo
 
Caratteristiche di uno stile di vita conforme a Cristo sono: la consapevolezza che Gesù Cristo è sempre con noi; la ricerca di un profondo rapporto con Dio nella preghiera e nelle celebrazioni liturgiche; l’ascolto attento della Parola di Dio; la premura per gli altri; l’impegno per la difesa della vita dall’inizio, che è dono di Dio, fino alla morte naturale; la difesa del matrimonio e della famiglia; la stima della propria fede e il rispetto delle altre opinioni, anche se non condivise; la fermezza nel seguire i valori evangelici. Queste caratteristiche producono i loro effetti anche nella concretezza della vita come, per esempio, nella preghiera quotidiana e nella celebrazione della domenica o nel servizio di volontariato al prossimo.
Uno stile di vita conforme a Cristo non è solo un segno concreto di partecipazione alla vita della Chiesa, ma anche un prezioso servizio alla società. Torna a vantaggio di tutti se ci si impegna per il matrimonio e la famiglia, per la difesa della vita, per la santificazione della domenica, per l’attenzione ai bisognosi e ai deboli, per la promozione del dialogo fra singoli e gruppi.
 
Difesa dell’identità cristiana e apertura agli altri
 
L’identità cristiana ha dunque le proprie caratteristiche. La difesa della propria identità è un segno dei nostri tempi. Nonostante la globalizzazione – o forse proprio per essa – gli uomini di oggi sottolineano la propria identità culturale e religiosa. È importante che promuovere la propria identità e singolarità; è fondamentale dare testimonianza di vita e di vita cristiana.
Il Papa ricorda che “la via dell'indulgenza e del dialogo, che il Concilio Vaticano II ha felicemente intrapreso, va sicuramente proseguita con ferma costanza” Ma occorre una identità di vita cristiana che non può mescolarsi a identità di varia origine e matrice. Sono molti, oggi, i cristiani che assumono valori e valenza da quella e da quell’altra fede religiosa. In questo modo si smarrisce e si perde quell’identità cristiana che ha la sua radice solo in Cristo crocifisso e risorto. Il Papa non teme di ricordare di “evidenziare sempre con altrettanta forza le linee maestre e irrinunciabili della nostra identità cristiana”.
In un mondo in cui la religione cede il passo all’indifferentismo, il Successore di Pietro ricorda le radici cristiane del nostro popolo, della nostra cultura, della nostra storia. Sembra essere l’unico – ormai – a ricordarci chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo; quale sia la nostra identità. Il Papa ci ricorda che l'identità dell'uomo redento da Cristo è un uomo che è infinitamente più dell'uomo, perché il Mistero rivelato si è offerto come compagnia, nella storia, alla sua avventura umana. Papa benedetto ricorda che l'identità cristiana è autenticamente vissuta se diventa cultura. Cultura che è il compimento, la maturazione, lo sviluppo critico della coscienza personale che avviene nell'ambito dell'avvenimento cristiano e della vita della Chiesa.
E ciò nel rispetto del dialogo e dell’indulgenza; ma – come ricorda il Papa - con chiarezza, evidenziando “con forza le linee maestre e irrinunciabili della nostra identità cristiana. D'altra parte, occorre avere ben presente che questa nostra identità richiede forza, chiarezza e coraggio davanti alle contraddizioni del mondo in cui viviamo”.
Un grande teologo cattolico, Hans Urs von Balthasar, era solito dire, usando una formula molto suggestiva, che “la verità è sinfonica” (die Wahrheit ist symphonisch). La sinfonia è una composizione musicale in cui convivono un massimo di unità e un massimo di pluralità. Ogni strumento musicale conserva pienamente la sua singolarità (la sua differenza) ed è perciò perfettamente riconoscibile, ma tutti, al tempo stesso, concorrono a formare una compiuta armonia.
La comunità cristiana ha un grande compito a tale riguardo. Dio è Dio di tutti gli uomini e che la Chiesa deve essere sacramento, cioè segno efficace di unione intima con Dio e di unità fra tutti gli uomini (Lumen Gentium, 1).
Dice ancora San Paolo: “Voi siete in Cristo e voi siete con Cristo”. Questo essere-con significa che occorre lasciarsi trasformare da lui. Nello sviluppo della vita cristiana quello che conta è accettare e assumere le caratteristiche di Cristo e assomigliare a lui.
Tommytom
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lunedì, 16 novembre 2009, ore 09:39

Continua il sogno
pentecoste.5
I primi passi
dell'Associazione Pubblica di Fedeli
"Cenacolo Vergine della Pentecoste"
  
 
Natura e Finalità
 
1. L'Associazione "Cenacolo Vergine della Pentecoste " è una Associazione pubblica di fedeli laici e consacrati dotata di personalità giuridica propria a norma del Diritto Canonico (can. 313 C.I.C).
 
2. L'Associazione “Cenacolo Vergine della Pentecoste” ha sede in Roma.
 
3. La finalità del Cenacolo Vergine della Pentecoste è quella di evangelizzare la storia e vivere la missionarietà ecclesiale del proprio battesimo, in comunione con la Chiesa, nei luoghi e negli ambito dove la Provvidenza chiama ciascuno.
 
4. Nel sacramento del battesimo ogni fedele ha ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che ha fatto di lui una persona segnata dal carattere sacramentale per essere soggetto di evangelizzazione e di misisonarietà. Ogni battezzato è per natura sua missionario ed evangelizzatore
 
5. Gli appartenenti al Cenacolo Vergine della Pentecoste coltiveranno la comunione con il Padre, origine ultima di ogni dono; con il Figlio, alla cui missione redentrice partecipano; e con lo Spirito Santo, che dona la forza per vivere e realizzare lo spirito della evangelizzazione.
 
6. Da questa fondamentale unione-comunione con Cristo e con la Trinità deriva, per ogni appartenente al Cenacolo Vergine della Pentecoste la sua comunione-relazione con la Chiesa nei suoi aspetti di mistero e di comunità ecclesiale, nonché la sua specifica e personale identità di cristiano-cattolico nel rispettivo servizio ecclesiale.
 
7. Il Cenacolo Vergine della Pentecoste è a totale servizio della Chiesa nella fedeltà a Dio e all'uomo. 
Tommytom
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sabato, 14 novembre 2009, ore 15:41

TEMPUS PER ANNUM – XXXIII DOMENICA
 
 
Il Signore verrà!
 
 
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».
 
autunno.2 
Per meglio comprendere le letture di questa domenica è importante relazionarla con la fine dell’anno liturgico. Domenica prossima celebreremo la festa della regalità di Cristo; poi l'Avvento che ci preparerà al Natale.
 
Il Vangelo di Marco ci ha accompagnato per un intero anno, durante il quale abbiamo contemplato il mistero di Cristo, ci ha guidato verso una fede adulta insegnandoci a crescere come comunità cristiana.
 
Il discorso di Gesù riferito dal Vangelo odierno avviene nel Getsemani, sul monte degli Ulivi che si trova a Gerusalemme. Il Maestro è uscito dal Tempio, dove lo avevamo lasciato domenica scorsa e ora se ne sta seduto sulla collina coperta di ulivi (13,3) "di fronte al tempio".
Il Vangelo di questa penultima Domenica dell'anno liturgico, è il testo classico sulla fine del mondo. Le parole di Gesù fanno parte di un discorso che appartiene al genere apocalittico, un genere che si esprime attraverso un linguaggio immaginoso e ci pongono di fronte al pensiero della fine di tutte le cose create e alla nostra stessa fine; ma non per vivere nella tristezza e nell'angoscia; bensì per aprire gli occhi alla speranza e alla visione di quella che sarà la vita oltre la morte: l'incontro col Cristo risorto, col Figlio di Dio pienamente glorificato.
La circostanza cronologica assume il valore del segno e si converte in chiamata. Un giorno arriverà la fine di questo mondo e il ritorno glorioso del Signore insieme ai suoi angeli. Infatti sulla terra noi siamo pellegrini, in cammino verso la patria del cielo, la Santa Gerusalemme. Nella fede crediamo nella risurrezione e siamo convinti di essere destinati all’immortalità.
Tutto ciò che circonda, ci affascina, ci preoccupa è destinato a finire. “Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa...”
Umanamente parlando vorremmo date precise, circostanze particolareggiate, scadenze certe: un appuntamento da segnarsi sull'agenda, con giorno e orario, così da organizzarsi adeguatamente.
Invece il Signore Gesù non fornisce date o tempi precisi.
 
Siamo ignari del futuro, ma fiduciosi in Dio che è Padre e ci ama.
Inoltre la parola di Gesù Cristo, Verbo incarnato del Padre, ci assicura
«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (13,31).
Questa assicurazione di Gesù è un punto fermo, che conferisce al discepolo la serenità, la fedeltà, la certezza che il Figlio dell'uomo ritornerà e che l'avvenire sarà la gioia con il Padre il Figlio e lo Spirito Santo per sempre nella patria del cielo, nella comunione dei santi.
La fede cristiana ci dice che la fine sarà un ... inizio senza fine! Una festa senza fine; il giorno senza tramonto.
Quel giorno sarà aurora di luce e di vita eterna per tutti coloro che avranno ricusato il male e scelto le vie del bene a imitazione di Cristo come il vero Vincitore nella lotta tra il bene e il male, e tutti "saremo giudicati sull'amore" (s. Giovanni della Croce).
 
Nell'attesa di nuovi cieli e nuova terra, ogni discepolo di Cristo prosegue il suo pellegrinaggio verso la patria, impegnandosi a costruire qui la "civiltà dell'amore". Infatti, aspettando la venuta gloriosa del Signore siamo chiamati all'impegno e all'intraprendenza nel bene, alla gioia e alla costruzione del Regno nelle singole opere dell'amore che scaturiscono dalla fede nel Salvatore.
La storia dell'umanità altro non è che un lungo cammino verso Cristo. Camminiamo, non ignorandoci a vicenda, tenendoci per mano, l'uno a fianco dell'altro con simpatia, con benevolenza, con amore.
 
"Il Signore verrà"! E con Lui il nostro definitivo risveglio alla vita in Dio, pienezza d'amore: noi in Lui e Lui in noi.
Verrà "con grande potenza e gloria".
Per questo, con amore grato e confidente lo preghiamo oggi: Vieni, Signore Gesù!



 
Tommytom
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venerdì, 13 novembre 2009, ore 19:38

Ho fatto un sogno
  
 

 
 
Ho fatto un sogno che desidero condividere con chi mi legge.
 
E’ fin troppo facile dire che le cose non vanno ...
E’ fin troppo facile lamentarsi per ogni cosa ...
 
Ma non è da uomini e donne degne di questo nome continuare a farlo.
Gesù non si è lamentato.
Ha pregato il Padre e ha agito.
Il credente sa che Dio ha un volto e che in Gesù Cristo si è fatto vicino ad ogni uomo.
Lo ha ricordato con acutezza il Concilio Vaticano II: "Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo" (Gaudium et spes, 22).
 
Cristiano è colui che sceglie Cristo e lo segue.
Conoscere Lui è conoscere la verità piena, grazie alla quale si trova la libertà (cfr. Gv 8,32).
 
Il sogno?
un gruppo di amici e amiche che hanno scelto Cristo e vogliono dedicare parte del loro tempo a evangelizzare la storia.
 
Cosa intendo per evangelizzare la storia?
 
Intendo dire che laddove Gesù ti ha messo, là sei chiamato e ti impegni a evangelizzare l’ambiente in cui vivi.
 
E’ l’impegno cui è  chiamato ogni battezzato.
Ma credo che
-         se ci mettiamo insieme
-         se ci facciamo coraggio
-         se ci sosteniamo con la preghiera
-         se confrontiamo le nostre idee
-         se programmiamo quale azione insieme
 
il sogno potrebbe diventare realtà.
 
Ho sognato un Cenacolo dedicato alla Vergine della Pentecoste con l’intento di evangelizzare la storia.
 
Vieni anche tu!
Porta qualcuno con te.
Strada facendo perfezioneremo la proposta.
 
Ci stai?
Vieni! Gesù Cristo ha bisogno di te!
Scrimi la tua adesione.
Io affido il sogno alla Vergine della Pentecoste.
Tommytom
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venerdì, 13 novembre 2009, ore 08:51

La questione antropologica

 

La riforma più urgente: quella dell'uomo

La "questione dell'uomo", che è il centro del dibattito attuale, è essenziale per una comprensione corretta delle attuali evoluzioni culturali …. Promuovere un nuovo umanesimo, infatti, implica una chiara comprensione di ciò che questa "novità" incarna veramente. Lungi dall'essere frutto di un superficiale desiderio di "nuovo", l'anelito a un nuovo umanesimo deve tener seriamente conto del fatto che gli uomini e le donne d’oggi sono sempre più consapevoli della loro chiamata a impegnarsi attivamente nel plasmare la propria storia.

Si esprimeva così Benedetto XVI rivolgendosi ai Rettori delle Università dell’Europa nel giugno 2007.

Tuttavia l’impegno a plasmare la propria storia reca con se una grande inquietudine, che è congenita all'esistenza umana.

La grandezza dell'uomo è proprio questo diritto che egli ha di decidere il proprio destino, la propria vita.

Ma questo non è e non deve essere un salto nel buio, ma una scelta in base a un valore, a un ideale: l'ideale è il senso della vita individuale e sociale.

 

Per por mano a questo straordinario progetto occorre aver risolto prima il problema della realtà, per cui ogni azione umana è ricerca di un Assoluto.

L'uomo, infatti, è radicato nell'Assoluto e tutto conduce a una presenza sollecitante di un Assoluto nello spirito umano.

Senza questa presenza il progresso della scienza, della cultura, dell'arte sarebbe inspiegabile e impossibile.

 

L'esistenza dell'uomo è angoscia e inquietudine, tensione, aspirazione, ricerca, in quanto l'essenza dell'io è quella d'essere una sintesi d'infinito e di finito, di temporale e di eterno, di libertà e di necessità.

Per questo ogni uomo è disperato, come dice Kierkegaard, tranne quando "orientandosi verso se medesimo, l'io si immerge, attraverso la propria trasparenza, nella potenza che l'ha posto" (La malattia mortale, Firenze, 1953, p. 217).

 

È questa veramente la "malattia mortale" dell'uomo moderno, "l'eterno morire senza tuttavia morire", "l'auto distruzione impotente" dell'uomo che non vuole più riconoscere il suo Dio, non vuol più porsi davanti a Dio, (ibidem), e arrivare al "trascende te ipsum" di S. Agostino.

 

Solo con l'accettazione dell'Assoluto, con la scelta di Dio e l'accettazione della sua legge, l'uomo e la società potranno o salvarsi scegliendo Dio (conversio ad Deum), o perdersi scegliendo l'effimero (conversio ad creaturas).

Altrimenti vi sarà, per dirla ancora con Kierkegaard, "confusione su tutta la linea".

 

Tutte le antropologie concordano nella concezione dell'uomo come essere che deve farsi. 

Dalla visione dell'uomo come:

-        -  essere essenzialmente desiderabile nella filosofia greca e cristiana,

-        -  dell'uomo come "essere avanti a sé" (Heidegger),

-        -  dell'uomo come progetto (Sartre),

-         -  dell'uomo  come speranza (Marcel),

l'uomo è stato considerato come una tensione verso ciò che ancora non è, come una radicale ricerca.

 

Però l'uomo si realizza nel dialogo con l'altro, con il mondo, con l'essere-oggetto, al quale appartiene certamente il suo stesso essere, ma anche gli altri esseri. L'uomo è in contaste divenire, entrando in un rapporto conoscitivo, volitivo, valorativo e pratico con gli esseri è principalmente con l’Essere.

Questo rapporto con l'Essere, cioè la religio è la salvezza dell'uomo, in quanto risponde efficacemente a un'ansia umana che non può appagarsi in ciò che è terreno.

 

Per l’antropologia cristiana (quella che a noi interessa!) solo Dio può dare risposta ai problemi essenziali dell'uomo, alla sua finitezza e alla sua conseguente inquietudine, derivanti dalla struttura stessa del divenire essenziale, per cui l'uomo:

1.  è un essere temporale nella, continua distruzione del presente, nell'incertezza del futuro, e nell'oblio del passato;

2.  è un essere libero, ma di libertà finita, nella costante necessità di rinunciare a tutte le infinite possibilità della esistenza, eccetto ad una (ogni scelta comporta una rinuncia);

3.   inoltre è un essere minacciato a causa delle limitazioni imposte dal mondo in cui vive (basti pensare al destino, al dolore, alla morte);

4.  è un essere ansioso per l'incapacità del mondo a rispondere alle esigenze fondamentali del divenire umano.

 

L'uomo infatti vive nel mondo, ma tende al di là di questo mondo: è questo il paradosso dell'uomo.

Salvare l'uomo significa, allora, risolvere la sua tensione, vanificare la sua estraneità rispetto all'Essere Infinito.

“Una falsa dicotomia fra teismo e autentico umanesimo, spinta all'estrema conseguenza di creare un conflitto irrisolvibile fra diritto divino e libertà umana, ha condotto a una situazione in cui l'umanità, per tutti i suoi progressi economici e tecnici, si sente profondamente minacciata. Come ha affermato il mio predecessore, Papa Giovanni Paolo II, dobbiamo chiederci "se l'uomo, come uomo, nel contesto di questo progresso, diventi veramente migliore, cioè più maturo spiritualmente, più cosciente della dignità della sua umanità, più responsabile, più aperto agli altri" (RH 15). (Benedetto XVI, 25 giugno 2007)

L'impegno del cristiano nel mondo è quello di corrispondere e cooperare con l'impegno di Dio nel mondo.

Tutta la storia insegna e conferma che l'uomo senza Dio non è che la rovina di se stesso. "Il deserto - per usare una frase di Nietzsche - si fa sempre più deserto"; il principio dell'immanenza che voleva restituire l'uomo a se stesso, strappandolo all'ossequio verso Dio, l'ha proiettato fuori di sé assorbendolo nella natura, nella scienza, nella storia, nella politica.

Ma senza una sana visione verticale della vita non si ha nemmeno una sana visione orizzontale.

 

Si può dunque affermare che verità e libertà dell'uomo sono divenute una realtà molto problematica e stanno attraversando una grave crisi.

Se vogliamo allora agire intelligentemente ed efficacemente su noi stessi e sul mondo, si tratterà di gettare un po’ di luce su questi eterni problemi, avere un'idea esatta sulla natura della libertà umana e della verità e sulla interferenza fra questi due valori per una sana formazione umana individuale.

Dobbiamo inoltre, dolorosamente constatare che "niente è più malato, in questo preciso momento del nostro tempo, che l'intelligenza, niente meno amato che la verità " (J. Danielou).

 

In un tempo apparentemente così "razionale" o " razionalista" come l’attuale nostro, chi ne fa la spesa è proprio l'intelligenza e la ragione.

Ricorda ancora Papa Benedetto nel discorso citato: “Una corretta comprensione delle sfide lanciate dalla cultura contemporanea e la formulazione di risposte significative a tali sfide devono avere un approccio critico ai tentativi limitati e, in definitiva, irrazionali di restringere la sfera della ragione. Il concetto di ragione deve essere invece "ampliato" per essere in grado di esplorare e comprendere quegli aspetti della realtà che vanno oltre la dimensione meramente empirica. Ciò permetterà un approccio più fecondo e complementare al rapporto fra fede e ragione”.

 

Ridare agli uomini di oggi, ed in modo particolare ai giovani, la fiducia nella ragione umana e nell'intelligenza, è senza dubbio un grande servizio.

 

Le più gravi crisi hanno origine dalla perdita del senso della dignità e del fine proprio dell'uomo.

Assistiamo infatti a uno stravolgimento e a un capovolgimento dei valori della vita: i mezzi economici, la produzione, le ricchezze sono considerati come fini assoluti:

 

1.   L'uomo è ridotto a un mezzo, è stato degradato a merce che vale più o meno a seconda dell'uso che se ne può fare e del bisogno che se ne può avere.

2.   La persona umana, considerata solo come materia e formica nella massa, seppellita come cosa tra le cose esistenti nel mondo, ha perduto il suo valore, la sua prerogativa intellettuale e spirituale, che l faceva re del creato.

3.   L'uomo, disancorato da Dio, ha smarrito la via del proprio destino spirituale e ultraterreno, ed è divenuto unicamente il produttore di utilità economiche, una macchina tra le altre macchine.

 

La riforma più urgente quindi è quella dell'uomo.

 

È stato detto che l'unico miracolo possibile nell'economia e nella politica è "quello della rapida valorizzazione dell'uomo".

Valorizzare l'uomo vuol dire elevare l'uomo al sublime mondo della grazia, metterlo a contatto con Dio, fargli sentire e adorare e amare Dio nella sua onnipotenza provvida e paterna; vuol dire destare nell'uomo i grandi valori sopiti della nostra dignità e libertà; destare inquietudini costruttive per modificare a poco a poco il suo modo di pensare è di agire, e creare così gli elementi del vero progresso individua le e sociale.

 

Per sapere "cosa deve fare", l’uomo deve sapere prima "chi è?".

Questo interrogativo assilla non tanto il singolo come persona privata, quanto lo stesso come membro della collettività umana, in cui ha responsabilità pubbliche, politiche e sociali.

 

E’ nell'ethos, nella morale e nella religione che tutto l'agire dell'uomo diviene tipicamente umano, poiché con esso realizza il proprio ordine, la sua dignità di persona, che in ultima analisi deriva dal suo rapporto con Dio.

Anzi gli altri rapporti dell'uomo - con se stesso, con l'universo, con gli altri uomini, - devono essere regolati da questo rapporto che l'uomo ha con Dio.

Ricorda Benedetto XVI: Un’altra “questione che deve essere indagata riguarda la natura del contributo che il cristianesimo può rendere all'umanesimo del futuro. La questione dell'uomo, e quindi della modernità sfida la Chiesa a escogitare modi efficaci di annuncio alla cultura contemporanea del "realismo" della propria fede nell'opera salvifica di Cristo. Il cristianesimo non va relegato al mondo del mito o dell'emozione, ma deve essere rispettato per il suo anelito a fare luce sulla verità sull'uomo, a essere in grado di trasformare spiritualmente gli uomini e le donne, e quindi a permettere loro di realizzare la propria vocazione nel corso della Storia”.

 

È giusto quindi richiamare questi principi immutabili perché il mondo non si trasformi in una società anonima, senza il minimo senso di responsabilità morale avendo dimenticato che l'uomo è il fondamento, il fine e il soggetto del mondo economico-sociale, e di conseguenza i problemi sociali sono soprattutto problemi morali e religiosi.

 

Non v’è dubbio: al fondo dell’odierno dramma sociale, c’è una visione errata della natura e delle finalità dell’uomo.

Tommytom
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giovedì, 12 novembre 2009, ore 08:54

Secolarizzazione
e secolarismo
 
Cristo.ancora
 
 
1.   Secolarizzazione e secolarismo
 
Il termine di secolarizzazione non è più un termine molto ricorrente come lo fu negli anni 60/70, ma è penetrato in maniera evidente nella vita della persona tanto da rendere superfluo il porsi domande di senso e di significato in merito alle autonomie delle attività umane da ogni riferimento alla sfera del Sacro.
Il lemma ha radice latina saeculum, cioè il mondo in contrapposizione al Regno di Dio, che non è "saeculum", in quanto dura "per omnia saecula saeculorum", in quanto precede il secolo ed è qualitativamente diverso dal secolo.
 
Il tema è stato rilanciato l’estate scorsa da Papa Benedetto XVI, il quale ha pronunciato parole durissime contro la cultura secolaristica del nostro tempo. In un paragone severo il Papa ha detto che se nazismo e comunismo sono stati i "mali ideologici" del secolo scorso, ora la Chiesa è attaccata dal secolarismo.
Il pontefice ha messo in guardia dal rischio di una "dittatura anticristiana", e ha detto: "Quella delle ideologie materialiste che ci dicono: è assurdo pensare a Dio, ai comandamenti di Dio: è cosa di un tempo passato. L'aggressione del secolarismo - ha proseguito il Papa - si esplicita nel valore del consumo, dell'egoismo, del divertimento".
 
A Benedetto XVI sta molto a cuore l'integrità della Chiesa (cfr. nostra riflessione su: Altra Chiesa nella Chiesa), e avverte che una sorta di "male interiore", rappresenta anche per essa stessa il consumismo e l'egoismo.
L'attaccamento alle cose materiali - lungi dall'essere superato anche a livello intraecclesiale - è un punto debole per la testimonianza della Chiesa nel mondo attuale. Non si può annunciare il Vangelo in modo coerente e "vero" se non all'interno di una autentica testimonianza di vita umana e cristiana solidale, altruistica ed equilibrata, anche in riferimento alla ricchezza. "Consumo ed egoismo" non sono solo "mali" del "secolo" (inteso come l'insieme delle realtà temporali), ma anche mali per la Chiesa.
L’allora cardinale Joseph Ratzinger aveva scritto nel suo libro del 1994 “Turning Point for Europe?”. È essenziale che “la Chiesa, o le Chiese siano anzitutto se stesse. I cristiani non devono permettere di essere degradati a mero strumento per rendere buona la società, come vorrebbe lo Stato liberale; tanto meno devono giustificare ricorrendo all’utilità delle loro opere sociali... Ciò che la Chiesa deve fare anzitutto è ciò che le è proprio. Deve adempiere al compito su si fonda la propria identità: far conoscere Dio e proclamare il Suo Regno”.
 
Tentativi di secolarizzazione ve ne sono sempre stati: dall'arianesimo al cesaropapismo, dall'umanesimo all'illuminismo, che hanno portato all'affermazione delle autonomie delle attività umane indipendenti da ogni riferimento alla sfera del Sacro.
Autonomia della politica, della filosofia, della scienza, dell'arte, della morale, della cultura, dell'educazione e infine di ogni visuale delle cose.
 
Storicamente la Chiesa ha contrastato non sempre in modo saggio tale fenomeno. Basti solo ricordare i casi di Filippo IV il bello e Bonifacio VIII, di Giordano Bruno, di Galileo, e, in Italia, tutte le penose vicende che accompagnarono la nascita del Regno. La Chiesa si adattò faticosamente al nuovo stato di cose.
 
Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto ufficialmente la legittimità della secolarizzazione, differenziandola nettamente dal secolarismo, la quale restituisce al mondo la secolarità che gli appartiene, ma non esclude e annienta la sfera del sacro.
Il secolarismo, al contrario, intende rendere l’uomo e il cosmo indipendente da Dio; anzi vorrebbe proprio che nessuno avesse a porsi il problema di Dio.
L’obiettivo era l'autonomia dell'uomo da Dio e dalla Chiesa. Insomma un uomo che non ha più bisogno di Dio per trovare la sua strada nel mondo e per condurre a termine l'opera della sua auto-realizazione.
 
L’auspicio del secolarismo è la svolta da un mondo divinizzato a un mondo ominizzato; cioè mentre prima l'uomo viveva e interpretava se stesso e la sua esperienza religiosa nell'orizzonte di una natura dotata di tratti divini, o viveva in un mondo immediatamente divinizzato, nei confronti della natura l'uomo deve intendere se stesso come demiurgo, costruttore del mondo che si crea dalla materia di questa natura il suo mondo, mondo dell'uomo, mondo ottimizzato. Così tutto ciò che è presente nell'esperienza umana del mondo sta in misura sempre maggiore sotto la totale sovrapposizione dell'uomo ed appare ormai come immediatamente originato da lui. Ciò che oggi immediatamente ed in primo luogo nel mondo colpisce il nostro sguardo non sono le vestigia Dei, bensì le vestigia hominis. (J.B. Metz, Sulla Teologia del mondo, Brescia 1971).
 
Proponiamo per comodità alcune definizioni di secolarizzazione: 
1.          "Liberazione dell'uomo dalla tutela religiosa e metafisica: il distogliersi della sua attenzione dall'altro mondo e il rivolgersi di essa solo verso questo mondo e su questo tempo (Harvey Cox La città secolare).
2.          "Per secolarizzazione s'intende il fenomeno secondo cui le realtà costitutive della vita umana (quella politica, culturale, scientifica, ecc.,) tendono a stabilire sempre una maggiore autonomia riguardo alle norme o istituzioni dipendenti dall'ambito religioso o sacro" (R. Marlé, Cristianesimo e Secolarizzazione,   in "La Civiltà Cattolica", I,   1968, p.  34).
 
La secolarizzazione, quindi, non va confusa con la teologia delle realtà terrestri, che non è né una secolarizzazione della teologia né una teologia della secolarizzazione, ma una teologia della secolarità, ossia uno studio della sfera delle cose di questo mondo alla luce della Rivelazione.
 
Il secolarismo denota invece un atteggiamento di rifiuto totale di ogni trascendenzareligiosa, verso le cose di questo mondo; è l'atteggiamento di chi le considera prescindendo da Dio (etsi Deus non daretur), come ha detto chiaramente Bonhoeffer ripetendo una famosa frase del Grozio a proposito del diritto naturale (cfr. De iure belli ac pacis, Prolegomena, § 11).
 
Mentre la secolarizzazione, quindi, è un compito non solo possibile, ma anche doveroso, il rifiuto totale di ogni trascendenza religiosa in cui l'uomo celebri la sua totale ed assoluta autonomia è secolarismo. Esso non rispetta la giusta separazione tra il potere temporale e quello spirituale e che è ostile contro la legittima presenza della Chiesa. Questo secolarismo aggressivo si propone di eliminare Dio e la sua Chiesa dal loro ruolo di formazione civica e sociale.
Fatalmente il secolarismo implica anche il relativismo, in quanto comporta la negazione della Verità. Questa ideologia porta all’indifferenza e alla non credenza, insinuandosi in maniera non troppo latente come atteggiamento che porta ai cosiddetti “dogmi a piacimento”.
 
A questo hanno portato le filosofie atee e che sono servite ad analizzare ed interpretare il messaggio cristiano: Tillich, Bultmann e Bart hanno adoperato l’esistenzialismo, i teologi della morte di Dio, il neopositivismo; i teologi della speranza, il marxismo.
 
Queste filosofie, con la loro forte attenuazione del sentimento di trascendenza e col concetto che l'uomo si fa Dio, che viene considerato come una astrazione lontana dall'umanità, hanno spinto l'uomo a valorizzare il mondo separandolo da Dio; anzi la fiducia nella scienza della natura diventata la sola religione universale del nostro tempo.
L’uomo insiste di appartenere a se stesso, di non aver bisogno di Dio. Afferma di essere autonomo, libero. Il filosofo tedesco Paul Johann von Feuerbach, affermava che l'uomo non avrebbe mai potuto essere veramente libero finché fosse esistito Dio, e che Dio, come un grande Padre, avrebbe sempre colpito lo stile di vita dell'uomo.
In seguito un altro filosofo tedesco, Frederich Wilhelm Nietzche, proclamò che Dio era morto. 
Il secolarismo sin dall'inizio ha usurpato per se stesso il vocabolario della libertà. Ha proclamato che il fatto di respingere l'alone religioso avrebbe reso l'uomo libero, ed ha offerto all'uomo il diritto di non credere. La sua forza d'attrazione più seducente è stata semplicemente quella di allargare i campi permessi dell'azione umana.
 
2. La secolarizzazione quali vantaggi e rischi può portare alla fede?
 
I vantaggi
 
Una concezione secolare del mondo, libera la fede dalle contaminazioni della religiosità di tipo naturalistico-sacrale e, soprattutto, la libera dalle contaminazioni con la sua storia.
Per il fatto che umanizza la storia, facendone il dominio dell'uomo, che in essa esercita la sua libertà e responsabilità, aiuta la fede a liberarsi dal peso che fa gravare su di essa la sacralizzazione della storia.
In un mondo non più sacro e in una storia non più sacra, la fede è più chiaramente e più puramente fede, e fede soltanto.
Si riducono così la superstizione e il fanatismo, che possono derivare da una concezione che non ha raggiunto un controllo critico proporzionale al grado di cultura proprio dell'epoca in cui si vive.
La scienza quale si è venuta costituendo dal secolo XVII in poi, con la scoperta delle rigorose leggi della natura, ha messo in evidenza lo strato di superstizione che aveva incrostato per secoli il contenuto vero della religione.
 
Appena si diffusero i metodi e le conoscenze rigorosamente scientifiche, in virtù di un'opera di secolarizzazione, ossia di rivendicazione al "secolo" di ciò che è proprio e tipico del "secolo", il sacro acquista il suo proprium.
 
Per cui:
 
-         La secolarizzazione, indicando con sempre maggior precisione ciò che è raggiungibile dall'intelletto, dalla volontà e dalla ragione, indica nello stesso tempo quanto dall'intelletto, dalla volontà e dalla ragione non è e non sarà raggiungibile, purificando, al contempo il divino da ogni elemento che possa renderlo mitico o mitologico.
 
-     La secolarizzazionemette in rilievo la trascendenza della fede sul mondo e sulla storia; mette in rilievo la trascendenza di Dio, della sua Parola e del suo messaggio, rispetto al mondo e rispetto alla storia umana, e per tale motivo aiuta a purificare l'idea corrente di Dio.
 
-     La fede, trovando in un mondo secolare minori sostegni, diviene in qualche modo "più nuda", quindi più vera, perché fonda unicamente sull’amore di Dio e sulla parola di Cristo. Vengono così a cadere anche gli elementi sociali ed esterne della fede, rendendola un fatto personale, un impegno della persona, una scelta fatta per convinzione personale e non per convenzione o semplicemente accettata per tradizione.
 
-     Infine, la secolarizzazione spinge la fede a rivalutare la sua dimensione orizzontale, di servizio, di amore dell'uomo e del mondo. La secolarizzazione, perciò, aiuta la fede a guardarsi dalla tentazione d'un "verticalismo" eccessivo e deformante e anche dalla tentazione del disimpegno, della fuga dalle responsabilità quotidiane.
 
I rischi
 
1. L'uomo contemporaneo, imprigionato nel suo antropocentrismo immanentista, sembra incapace di interessarsi e perfino di comprendere tutto ciò che si riferisce a Dio e al suo mistero. La vita eterna, il peccato, la grazia, la redenzione, sono concetti che dicono poco all’uomo d’oggi; egli vive sempre più inconsapevolmente, ma di fatto etsi Deus non daretur; è portato a dimenticare Dio, non parla di Lui, non si pone nemmeno il problema di Dio.
 
L’uomo contemporaneo sorvola sul carattere misterioso e trascendente del cristianesimo per porre l'accento, eventualmente, solo sulla sua dimensione "orizzontale" di solidarietà e di servizio all'uomo; a fare di Cristo un uomo storico per gli altri, l'uomo che, sacrificandosi per salvare l'uomo dai suoi mali, è divenuto per quelli che si richiamano al suo nome - i cristiani - modello del dono di sé all'umanità, perché questa sia liberata dai suoi mali: la fame, la miseria, il sottosviluppo, il dolore, la morte.
 
In altre parole, è portato a fare del cristianesimo la "religione del secondo comandamento", la religione dell'amore del prossimo: insomma una etica della carità, che vagamente si richiama a Cristo, di cui non interessa sapere se fu o non fu il Figlio di Dio, ma interessa soltanto sapere che fu "l'uomo per gli altri". La fede cristiana si riduce così a una fede "secolare", senza Dio e senza misteri, centrata sul servizio dell'uomo e volta alla sua elevazione.
 
Il cristianesimo si riduce così ad una antropologia cristiana, ad una filantropia illuministica. La vecchia immagine di Dio, caratteristica dell'uomo pre-secolarizzato, l'immagine della Trascendenza va rigorosamente scartata.
Essa appartiene alla mentalità
-         mitica (Bultmann),
-         soprannaturale (Tillich)
-         religiosa (Bonhoeffer).
 
Di tale mentalità occorre sbarazzarsi.
 
Ogni volta che l'uomo secolarizzato sente parlare di Dio rimane indifferente; non così quando sente parlare dell'uomo, della natura, del clima, della società e della storia. "Il Tu eterno infatti lo si incontra soltanto in, con e sotto il Tu finito sia nel contatto con altre persone che nell'adesione all'ordine naturale delle cose" (Robinson, Dio non è così, p. 77).
La parola Dio è un concetto inverificabile e privo di significato. Vi è tuttavia un modo di rendere sensata e verificabile anche la parola "Dio", ed è sostituirla con la parola "uomo". E’ stato scritto: "il cristianesimo riguarda fondamentalmente l'uomo"; e "la fede ha senso solo se è fede nel mondo e nell'uomo".
 
2. La secolarizzazione può creare paradossalmente un 'clima' spirituale di assenza di Dio e di esclusione di tutto ciò che in qualche modo richiama l'uomo al pensiero di Dio e del trascendente; un clima di totale immersione nel terrestre.
Questo clima "a-teo" o agnostico tende a spegnere la "fede dei poveri", cioè di coloro che hanno una fede vera, ma "povera", cioè debole, incapace di resistere alla contraddizione e alla negazione; bisognosa di quegli appoggi e sostegni esteriori che sono dati in un ambiente "cristiano".
E poiché sono molti i cristiani che conoscono la fatica del credere o hanno una fede "povera", quale sarà il destino del cristianesimo del mondo secolare? Si andrà verso un cristianesimo di "diaspora"?
 
3. Gli stessi aspetti positivi della secolarizzazione possono tramutarsi in aspetti negativi, se non sono contenuti nei loro giusti limiti. Infatti, se l'inserzione dell'elemento divino nell'umano operata dal cristianesimo è intesa come assorbimento totale del divino nell'umano, si converte nella negazione del divino. Così parimenti, se le leggi della natura messe allo scoperto dalla scienza fossero l'unico tipo di norma applicabile all'universo umano, scomparirebbero certamente la superstizione e il fanatismo nel senso usuale, ma si cadrebbe in una nuova superstizione e in un nuovo fanatismo, più assurdi e più deleteri.
Ora anche l'uomo di oggi "secolare" e "adulto" ha bisogno della fede per conoscere chi egli sia, donde egli venga e qual sia il suo destino; ha bisogno di essere salvato dal peccato e dalla morte: salvezza di cui solo Cristo è la sorgente.
Questa fede oggi ha, quindi, ancora un posto e una funzione nel mondo secolare.
Una triplice funzione:
 
a)     d'illuminazione del mondo nei suoi problemi di fondo proiettando su di essi la luce del Vangelo;
b)     di contestazione critica, denunziando e smascherando la tendenza che mette in pericolo e, anzi, distrugge i valori positivi della secolarizzazione, perché il secolarismo, sacralizzando e divinizzando il mondo ed i valori mondani, ne fa degli idoli oppressori dell'uomo. La "morte di Dio" è sempre, presto o tardi, accompagnata dalla ''morte dell'uomo"; e dal disfacimento e dalla disgregazione dei valori più autentici dell'uomo;
c)     di profezia, cioè di contestazione della tendenza dell'uomo secolare a chiudersi in se stesso, a trovare nelle proprie forze la salvezza e la liberazione da tutti i suoi mali, anche dal peccato e dalla morte, e di annunzio che Dio ha salvato l'uomo e il mondo in Gesù Cristo e li chiama a partecipare alla Risurrezione di Cristo e alla gloria del suo Regno.
 
A voler riassumere si potrebbe dire:
 
1. Da un lato, e negativamente, la secolarizzazione porta a delle spaventose conseguenze, di cui le principali sono:
-         La mutilazione radicale del messaggio cristiano, privandolo di tutta la componente teologica;
-         Riduce la figura di Cristo a una figura storica pur eccezionale, ma sempre e solo umana;
-         Sradica la Chiesa, distrugge la liturgia e priva l'etica di qualsiasi solido fondamento;
-         Le persone che credono in Dio e nella Scrittura da Dio ispirata, in una Chiesa fondata divinamente e in una legge morale proveniente da Dio, sono trattati come adulti che in qualche modo continuano a credere a babbo Natale. Sono giudicati pericolosamente al di fuori del contatto con la realtà, persone senza speranza, che per il loro bene e per il bene della gente vanno spogliati di quella falsa credenza.
 
2. D'altro canto, e positivamente, la secolarizzazione si identifica con il conseguimento - da parte dell'uomo d'oggi - di una età culturale adulta e maggiorenne, per cui egli non intende più rimettersi né a giudizi né a direttive superiori in nessun campo del pensare (scienza, filosofia), del fare (tecnica) e dell'agire (morale), ma vuole essere lasciato libero, quale unico e totale arbitro dei suoi progressi, delle sue scelte e del suo destino.
 
La secolarizzazione porta così anche preziosi insegnamenti, di cui i principali sono:
 
-         L’urgenza di affrontare con idee nuove e con rinnovato impegno il difficilissimo problema della teologia naturale, cioè il problema relativo all'esistenza e alla natura di Dio.
-         L'aver denunciato e demolito tante concezioni errate di un Dio “sempre e comunque interventista”. In questo modo ha contribuito a purificare il concetto teologico e l'immagine di Dio.
-         L'aver contribuito alla purificazione dell'immagine della Chiesa mediante le critiche da una parte dell'eccessivo spiritualismo e clericalismo e dall'altra delle strutture trionfalistiche ereditate dal passato.
-         L'aver insistito sul fatto che la vita cristiana non è una vita fuori del mondo, ma nel mondo; che l'amore di Dio non si distingue da quello del prossimo; che l'apostolato non si esercita soltanto con la predicazione, ma anche con la pratica della propria professione.
-         Ha contribuito allo sviluppo di una nuova teologia del mondo e delle realtà terrestri, una teologia più positiva, che considera il mondo una realtà estremamente nobile e grande, destinata ad entrare a far parte, in modo misterioso, del Regno di Dio, già presente anche se non ancora raggiunto nella sua pienezza.
 
In conclusione possiamo dire che la teologia della secolarizzazione, ossia la teologia delle realtà terrestri va promossa, incoraggiata e sviluppata; essa deve costituire uno dei principali obiettivi della ricerca teologica del nostro tempo. Invece la secolarizzazione della teologia deve essere respinta energicamente e categoricamente condannata.
 
Tommytom
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categoria : chiesa, umanesimo





mercoledì, 11 novembre 2009, ore 09:13

L’urgenza
di una visione cristiana
dell’uomo e del mondo
 
 
 
Molti fatti e accadimenti del nostro tempo denotano un vuoto di etica e di morale che fonda le sue radici in una sbiadita concezione antropologica.
Come Diogene sembra urgente mettersi alla ricerca ... dell’uomo.
 
La dignità dell'uomo consiste nell'essere persona, cioè essere intelligente e libero che si pone il problema del perché, del fondamento delle cose e del mondo nel quale vive.
Questo perché tutta la realtà, sia essa sociale, economica, morale, giuridica, politica, non si esaurisce nelle sue esterne apparenze fenomeniche; dietro e dentro di essa si nasconde il "mistero dell'uomo", per cui la riflessione su questi problemi vuole rilevarne il contenuto umano profondo e ricercarne una spiegazione adeguata, integrale.
E questa riflessione potrebbe preannunciarsi fin da ora come "religiosa", visto che "la religione, come diceva Bertrand Russel, si interessa a ogni questione misteriosa e importante " .
Possiamo cosi avere su tutti i fenomeni sociali una riflessione di carattere prettamente razionale, e una riflessione religiosa a seconda che si usino i principi di conoscenza dei quali è dotata naturalmente la ragione o ci si serva anche, come di punti luminosi di riferimento, delle credenze religiose.
 
·     La politica, riguarda l'uomo come essere sociale in quanto egli conduce nella società la vita pubblica.
·    La religione, invece, riguarda l'uomo in rapporto con Dio nella sua vita inferiore.
 
Ma si tratta sempre dello stesso uomo, per cui sarebbe una grave ferita inflitta all'unità della persona umana separare, fino a renderli inconciliabili quasi fossero dei compartimenti stagni, la vita interiore e la vita pubblica dell'uomo. Nessuno può quindi negare l'influsso delle convinzioni etico-religiose anche sulla scelta delle convinzioni e degli ideali sociali e politici. E la storia dimostra come quasi tutte le conquiste della civiltà sono sbocciate dal terreno della religione stessa, capace di afferrare l'uomo nel profondo. Per questo, non possono mai perdere del tutto il collegamento con essa, se la civiltà non vuoi essere minacciata.
 
Poiché la religione concerne l'esistenza come tale, si comprende come essa eserciti la propria influenza nel complesso della vita umana, tanto nel singolo individuo quanto nelle comunità, quanto nella storia.
Il concetto che un'epoca si fa di Dio determina l'ampiezza che l'uomo può avere nel suo rapporto con se stesso, con gli altri, col mondo, e i cambiamenti che si verificano in questo rapporto sono condizionati da un cambiamento di quel concetto.
Non si può quindi non riconoscere che la religione è una delle più importanti strutture istituzionali che compongono il sistema sociale totale.
 
 
Il nostro tempo è quello dell'umanesimo, pur concepito secondo diverse tendenze filosofiche e ideologiche.
Al centro dell'interesse universale si trova l'uomo, del quale vengono proclamati i diritti e il riconoscimento della sua dignità, e si reclama per lui la possibilità di svilupparsi. Quindi il primo fondamento di un sano ordine sociale, economico, giuridico e politico è il riconoscimento che al centro di esso c'è l'uomo con la sua intelligenza e coscienza, con la sua libertà e personalità.
Il vero progresso umano implica perciò il progresso dell'uomo secondo queste tre dimensioni:
1)     progresso materiale e tecnico, nel suo rapporto con la natura, con il mondo; l'uomo deve completare l'opera della creazione, e completando l'universo l'uomo completa se stesso;
2) progresso sociale, nel suo rapporto con gli uomini, in quanto il suo lavoro deve essere messo al servizio dell'arricchimento dei valori umani;
3) progresso spirituale, nel suo rapporto con Dio, in quanto deve portare ad una liberazione interiore dell'uomo, allo sviluppo delle sue facoltà superiori, al progresso morale e religioso.
 
Il vero progresso sociale è intimamente legato al progresso materiale come pure al progresso spirituale. Se si possono distinguere questi differenti aspetti dell'esistenza umana, non si può se pararli; esiste fra loro una stretta connessione.
Il problema sociale, in definitiva, è il problema dell'umanità intera e dell'uomo intero.
 
È il problema dell'umanesimo per tutta l'umanità.
Si potrà allora affermare che è proprio nel progresso morale e spirituale che si trova la condizione indispensabile e il coronamento del vero progresso umano: "La rivoluzione morale sarà economica o non sarà. La rivoluzione economica, o sarà morale oppure non sarà" (E. Mounier).
 
Il nostro tempo ha posto in risalto il fatto che la vita morale esige certe condizioni sociali, che la miseria e l'ignoranza, ad esempio, inducono a male agire, che il cattivo esempio è contagioso; certe condizioni sociali sono indispensabili alla pratica della virtù.
Di qui l'obbligo di lavorare al progresso sociale, come dovere morale fondamentale per tutti.
A tal proposito anche S. Tommaso afferma che “Chi è nel bisogno è meglio arricchirlo che insegnargli la filosofia, per quanto in sé questa attività sia assai più utile della prima". (Sum Theol, II-II, q.32 a.3)
 
Per essere duraturo e fecondo, il progresso tecnico, scientifico, sociale, esige imperiosamente di essere animato ed eventualmente rettificato da un adeguato progresso spirituale, perché la società è un genere di vita che ha un carattere sacro, e la religione abbraccia tutto l'uomo. Anche la tecnica esige una mistica, e tutti i problemi sociali portano a problemi di ordine morale, all'educazione del senso sociale e morale. E inoltre, ogni vero progresso morale frutta un progresso sociale: il progresso spirituale delle singole anime in questa vita porterà ad un progresso sociale maggiore di quello che non potrebbe procurare qualsiasi altro mezzo.
 
La comunità umana non può prosperare che mediante la dedizione, la fraternità, il senso della giustizia degli uomini, cioè su basi etiche con l'aiuto di forze morali e religiose. In effetti, il progresso umano non si realizza con il progresso della scienza, ma soprattutto con il progresso della coscienza.
 
Questa nostra società permissiva, inflessibile però e crudele quando si tratta di rivendicare i suoi veri o creduti diritti, nella impostazione di tutta l'esistenza a una sola dimensione: quella dell'economia e dei consumi, sta dandoci la riprova che, dove lo spirito è mortificato, c'è da attendersi tutto, anche le cose più imprevedibili e drammatiche; anche la rinuncia alla propria dignità e la mortificazione di quei principi che giustificano ogni esistenza.
Forse Dio vuole che si tocchi il fondo per farci risentire il richiamo del silenzio e dello spirito: la voce della coscienza, insomma, non solo informata, ma formata ai supremi valori della trascendenza.
 
Nulla di ciò che appartiene all'uomo è estraneo, in linea di diritto o di fatto, alla religione cristiana.
Non ci si può disincarnare: è Dio che si incarna.
Non ci si può disinteressare, è Dio che si interessa della vita umana. Avendo ritenuto opportuno di creare questa vita, Egli trova pure conveniente di animarla e di spingerla a fondo, perché, fare per Dio significa compiere ciò che non è compiuto non essendo fatto veramente cioè non in modo divino.
 
La differenza tra l'inizio e la prosecuzione o la fine di quest'opera è che Dio che ci ha fatti senza il concorso della nostra volontà, ci può completare solo col nostro concorso. Qui creavit te sine te, non salvabit te sine te.
Egli ha fatto di noi, oltre che degli esseri, delle cause; nello stesso tempo che ci ha fatto creature anche creatori. Dio non fa la civilizzazione, vuole che la facciamo noi, ma la fa con noi in quanto egli è legato alla nostra vita per mezzo della sua presenza universale e per il legame religioso.
La Chiesa, che è la società scaturita da questo legame non può dunque essere che favorevole e fautrice dell'opera di civilizzazione. La Chiesa, incarnazione sociale del Cristo, non può dunque disinteressarsi. Essa non ha il diritto di materializzarsi nello stesso senso che essa non ha il diritto di disincarnarsi, essendo anzi essa basata sull'incarnazione.
 
La Chiesa cammina con l'umanità e ne condivide la sorte nel corso della storia. Annunciando agli uomini la nuova novella dell'amore di Dio, e della salvezza nel Cristo, essa illumina la loro attività con la luce del Vangelo, aiutandoli in tal modo a corrispondere ai divino disegno d'amore e a realizzare la pienezza delle loro aspirazioni.
 
E ciò va affermato specialmente oggi contro quel fenomeno tipico dell'epoca moderna che è il laicismo che sostiene l'assenza del motivo religioso dalle attività, dalle istituzioni e dagli ambienti dell'ordine temporale.
Se vogliamo ricomporre i rapporti della convivenza non possiamo non fare appello ai valori dello spirito: valori che trovano la loro obiettiva consistenza soltanto nel vero Dio, trascendente e personale.
E questa animazione cristiana è opera specifica del laico la cui vocazione è di procedere verso Dio compiendo l'opera dei mondo, di procurare la gloria di Dio e il regno di Cristo nella costruzione e attraverso la costruzione del mondo. Per cui ad ogni crescita di umanità, ad ogni progresso, ad ogni estensione dell'umano in uno dei campi della creazione - mediante la conoscenza oppure mediante l'azione - deve rispondere una crescita della Chiesa, una incorporazione della fede, una incarnazione della grazia, un'umanizzazione di Dio.
Questa è la Chiesa, questa è la cattolicità.
La Chiesa non è un piccolo gruppo sociale, isolato, un blocco a parte che resterebbe intatto attraverso le evoluzioni del mondo; la Chiesa è il mondo in quanto credente in Cristo, che abita e salva il mondo per mezzo della nostra fede.
La Chiesa è l'umanità religiosa, è l'universo in quanto trasfigurato, mediante la grazia, ad immagine di Dio.
 
 
Riassumendo, si tratta di costruire l'umanesimo del nostro tempo, una civiltà che sia un rapporto umano con l'uomo e con Dio, proprio oggi che siamo lontani da noi stessi almeno quanto siamo lontani da Dio.
E questo va attuato in una visione e vocazione orizzontale e verticale insieme, perché tradire l'immagine dello uomo è tradire quella di Dio.
Infatti, come ha detto Paolo VI: "Un umanesimo vero, senza Cristo, non esiste". Quindi; "Il vero umanesimo dev'essere cristiano"  
Tommytom
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martedì, 10 novembre 2009, ore 09:16

Il suicidio dell’Europa
 
 
croce. nulla ti turbi
 
Per la Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo il Crocifisso, il simbolo più significativo e caro della nostra storia, se esposto in un aula scolastica nell’aula violerebbe il diritto alla libertà religiosa e procurerebbe un vulnus al pluralismo educativo.
 
Non v’è dubbio che codesta sentenza abbia prodotto amarezza e tristezza, ma avremmo dovuto attenderla prima o poi. Il segnale era chiaro allorquando non si sono volute inserire “le radici cristiane”    nella Costituzione Europea dimostrando in tal modo il distillato della ideologia laicista che ha penetrato il tessuto delle istituzioni europee.
Secondo questa ideologia (onestamente mal compresa e coniugata) la laicità consiste nella scomparsa totale di ogni espressione religiosa dallo spazio pubblico.
Solo questa determinazione garantirebbe e assicurerebbe la tolleranza e il pluralismo.
Ma non è possibile non domandarsi immediatamente: di quale pluralismo si sta parlando dopo aver decretato la scomparsa delle differenti identità dallo spazio pubblico?
 
C’è un presupposto della sentenza della Corte europea dei Diritti Umani che è necessario non perdere di vista, secondo la quale la religione è vista in ogni caso come una questione meramente privata che appartiene alla sfera dell’irrazionale, del soggettivo, e del sentimentale. La religione non merita alcuna dignità pubblica, né la si riconosce come fattore di cultura e di civiltà.
 
Ma non v’è dubbio (e va detto chiaro e forte!) che questo presupposto ideologico cozza frontalmente con la realtà e con la storia.
Infatti nessuno dotato di sereno e sano giudizio – credente o non credente che sia – sarebbe disposto a prescindere dal patrimonio di civiltà originato dalla fede cristiana, così come (per par condicio) dall’islam e dal giudaismo.
 
E’ una vana illusione pensare che le società democratiche possano reggersi sul mero consenso senza alcun vincolo con la tradizione.
Nel nostro Paese il cristianesimo (e il Crocifisso come sua espressione sintetica) rappresenta un elemento di coesione di una società che non può prescindere dalla sua tradizione. 
 
La presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche non comporta alcun fattore di coazione per gli alunni che non sono cristiani, ai quali lo Stato democratico garantisce ogni piena libertà. E in questo senso tali alunni non cristiani hanno ogni diritto di conoscere le fonti e le espressioni della tradizione culturale, morale e spirituale che ha conformato e che caratterizza la società nella quale sono venuti a vivere.
Lo stesso principio varrebbe per un alunno cristiano che, trovandosi in Israele, avrebbe modo di contemplare ogni giorno la Stella di Davide esposta in classe; o che dovrebbe far di conto con la Mezza Luna se si dovesse trovare in un paese a maggioranza musulmana.
Supposto che in quei luoghi sia adeguatamente garantita la libertà religiosa, come avviene in Occidente.
 
C’è da aggiungere che il Crocifisso ha un significato e un valore unico tra tutti i simboli religiosi. Un significato e un valore che possono riconoscere anche i non credenti o i fedeli di altre confessioni religiose.
      Il Crocifisso rappresenta il Dio che ha voluto entrare nella storia dell’uomo non con prepotenza, ma offrendosi fino alla morte per la salvezza dell’uomo.
      Il Crocifisso esprime l’abbraccio di Dio alle necessità dell’uomo, il suo perdono anche nei confronti di coloro che lo inchiodavano sulla croce (Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno).     
      Il Crocifisso significa la libertà dell’uomo di fronte a Dio, che chiede a ogni uomo la sua adesione e il riconoscimento libero e amoroso.  
 
E’ questa l’origine della cultura europea; questo è il motore che ha dato impulso al diritto, alle arti, alla scuola per tutti, alla salute e alla politica come servizio per il bene comune.
 
Solo qualche giorno fa papa Benedetto ricordava al Capo della Delegazione delle Comunità Europee presso la santa Sede: “Quando la Chiesa ricorda le radici cristiane dell'Europa, non è alla ricerca di uno statuto privilegiato per se stessa. Essa vuole fare opera di memoria storica ... e mostrare anche che la base dei valori proviene soprattutto dall'eredità cristiana che continua ancora oggi ad alimentarla.
... Può l'Europa omettere il principio organico originale di questi valori che hanno rivelato all'uomo allo stesso tempo la sua eminente dignità e il fatto che la sua vocazione personale lo apre a tutti gli altri uomini con i quali è chiamato a costituire una sola famiglia? Lasciarsi andare a questo oblio, non significa esporsi al rischio di vedere questi grandi e bei valori entrare in concorrenza o in conflitto gli uni con gli altri?”
 
E Benedetto XVI concludeva la sua considerazione con parole severe: “È importante che l'Europa non permetta che il suo modello di civiltà si sfaldi, pezzo dopo pezzo. Il suo slancio originale non deve essere soffocato dall'individualismo o dall'utilitarismo”.
 
E’ questo il carattere suicida della sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. 
Tommytom
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lunedì, 09 novembre 2009, ore 09:34

Il muro di Berlino
20 anni dopo
 
 
Il 9 ottobre ricorre il XX anniversario della caduta del Muro di Berlino, l’avvenimento “civile” – forse – più significativo del XX secolo.
Ho quasi l’impressione che in molti abbia smarrito la memoria e il significato di tale caduta.
E’ pur vero che i ritmi della storia corrono veloci; tuttavia il Muro di Berlino, fino al 1989, aveva segnato una delle vergogne più mostruose del pianeta che gli uomini e le donne del Terzo Millennio – i giovani soprattutto – non possono e non debbono scordare.  
E’ questo avvenimento fontale, una autentica pietra miliare nella storia della Germania e di tutta l'Europa, che consente di fare lettura di ciò che c’era prima e che avvenne dopo nei Paesi dell’Europa orientale e in buona parte di quella centrale.
 
Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1989, il Muro di Berlino, costruito nel 1961, fu abbattuto e la frontiera verso la Germania Ovest fu aperta. Un muro di 106 kilometri aveva diviso la nazione da est ad ovest.
Nell'autunno di quell'anno, a Dresda, Lipsia, Plauen, Berlino Est si susseguirono manifestazioni di protesta contro il regime, fatti storici che mutarono radicalmente i destini della Germania portando alla riunificazione della Germania Federale con la Germania Democratica Tedesca (DDR).
Nella incredibile confusione di quella sera, ancora oggi non si sa esattamente chi diede l’ordine ai soldati che presidiavano il Muro, di ritirarsi. Migliaia di berlinesi dell’est cominciarono così ad abbattere il muro della vergogna.
 
Le lacrime di gioia della popolazione tedesca, finalmente riunita sopra le macerie del Muro di Berlino dopo decenni di forzata separazione e isolamento, segnavano simbolicamente la fine del comunismo. Dopo
29 lunghissimi anni tanti familiari, parenti e amici poterono finalmente riabbracciarsi.
La Germania fu riunificata ufficialmente il 3 ottobre 1990.
 
No! Nessuno dovrà dimenticare che dal 1961 al 1989, il muro di Berlino aveva tagliato in due non solo una città, ma un intero Paese. I soldati avevano ricevuto l'ordine di sparare su tutti coloro che avrebbero cercato di attraversare la zona di confine, calpestando così gli elementari diritti umani.
Nell’enciclica Centesimus Annus il papa Giovanni Paolo II ha dedicato un capitolo specifico ai fatti del 1989. Questi alcuni pensieri dei quell’importante documento scritto nel centesimo anniversario della Rerum Novarum. In filigrana si ravvisa tutta la soddisfazione del Pontefice per quel che è accaduto nell’Europa Orientale.  
Giovanni Paolo II non fa mistero della “inaspettata e promettente portata degli avvenimenti degli ultimi anni. Il loro culmine certo sono stati gli avvenimenti del 1989 nei Paesi dell'Europa centrale ed orientale” ... Un contributo importante, anzi decisivo, ha dato l'impegno della Chiesa per la difesa e la promozione dei diritti dell'uomo: in ambienti fortemente ideologizzati, in cui lo schieramento di parte offuscava la consapevolezza della comune dignità umana, la Chiesa ha affermato con semplicità ed energia che ogni uomo — quali che siano le sue convinzioni personali — porta in sé l'immagine di Dio e, quindi, merita rispetto” (CA 22).
 
“Merita di essere sottolineato il fatto che alla caduta di un simile «blocco», o impero, si arriva quasi dappertutto mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia. Mentre il marxismo riteneva che solo portando agli estremi le contraddizioni sociali fosse possibile arrivare alla loro soluzione mediante lo scontro violento, le lotte che hanno condotto al crollo del marxismo insistono con tenacia nel tentare tutte le vie del negoziato, del dialogo, della testimonianza della verità, facendo appello alla coscienza dell'avversario e cercando di risvegliare in lui il senso della comune dignità umana ...”. (CA 23)
 
“Gli avvenimenti dell' '89 offrono l'esempio del successo della volontà di negoziato e dello spirito evangelico contro un avversario deciso a non lasciarsi vincolare da principi morali: essi sono un monito per quanti, in nome del realismo politico, vogliono bandire dall'arena politica il diritto e la morale. Certo la lotta, che ha portato ai cambiamenti dell' '89, ha richiesto lucidità, moderazione, sofferenze e sacrifici; in un certo senso, essa è nata dalla preghiera, e sarebbe stata impensabile senza un'illimitata fiducia in Dio, Signore della storia, che ha nelle sue mani il cuore degli uomini”. (CA 25)
Tommytom
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sabato, 07 novembre 2009, ore 18:34

TEMPUS PER ANNUM – XXXII DOMENICA
 
 
Non la quantità,
ma la totalità
 
 
In quel tempo, Gesù, seduto di fronte al tesoro [nel tempio], osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
 
 
 

Il brano del Vangelo di Marco che la Liturgia della domenica XXXII del tempo ordinario ci propone la conclusione del lungo capitolo 12. Gesù è giunto a Gerusalemme, la capitale, la città santa, il luogo del Tempio e si trova proprio nel cortile interno, dove anche le donne potevano entrare: qui si trovava la sala del tesoro, dove era possibile fare delle offerte.
 
E osserva, quello che accade. 
Osservava come la folla gettava monete nel tesoro.
I ricchi donano molto, ma il loro dono non cambia la loro vita; anzi il risuonare delle monete gettate nel tesoro, fa crescere la loro reputazione di fronte al mondo.
 
Il "come", per il Maestro, pesa più del "quanto".
Il valore dell'offerta modestissima della vedova consiste, secondo il Maestro, nel fatto che la poveretta ha in realtà dato tutto: "tutto ciò che aveva per vivere": dona tutta la sua vita.Ella, a differenza degli altri, ha amato Dio con tutta la sua anima e tutte le sue forze, sino a dare tutto quello che aveva.
Per penetrare bene il senso della pericope evangelica è importante ricordare che, nella cultura del tempo di Gesù, la vedova era "la povera" per antonomasia; era colei che, non aveva più nulla. Insomma la condizione della vedova, in Israele, era la peggiore che si potesse immaginare!
Ma quella donna ha fatto la sua offerta in tutta umiltà, senza alcuna ostentazione, senza la più pallida illusione di un impossibile utile personale.
 
Gesù capovolge la scala dei valori: ciò che vale di più economicamente vale di meno sul piano del dono.
Il metro di giudizio per il Signore non è la quantità, ma la totalità; è solo questione d’amore.
Dio guarda il cuore, le intenzioni, i comportamenti coerenti.
Amare Dio "con tutto il cuore" significa dare tutto, senza attenderci nulla in cambio.
Non abbiamo dato nulla finché non avremo dato tutto.
Ma per questo occorre un grandissimo amore.
Tommytom
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giovedì, 05 novembre 2009, ore 19:07

La formazione
della coscienza
 
 
Foglia con gocce
 
Uno dei grandi temi dibattuti è il tema della formazione della coscienza.
Sono molti coloro che fanno riferimento alla propria coscienza nel loro agire e nel loro operare; ma non ci si può non domandare: la mia coscienza è una coscienza formata?
E’ solo la coscienza formata che sa discernere il bene e il male.
Nella tradizione cristiana “coscienza” vuol dire con-scienza: cioè il nostro essere è aperto, può ascoltare la voce dell’essere stesso, la voce di Dio.
La voce dei grandi valori è, dunque, iscritta nel nostro essere e la grandezza dell’uomo è proprio che non è chiuso in sé, non è ridotto alle cose materiali, ma ha un’interiore apertura per le cose essenziali, la possibilità di un ascolto.
 
La natura della coscienza è proprio questa: formulare il giudizio della retta ragione in ordine alla bontà delle azioni umane. Si comprende, una volta di più quanto necessario sia che proprio per questa capacità di discernimento la coscienza sia ben formata perché sia retta e vera, e in assonanza con ciò che è giusto e buono secondo la ragione e la legge divina.
 
In verità oggi si assiste a una vera e propria eclissi del senso morale. E’ palpabile il relativismo etico, un senso di indifferenza diffusa, un avvilente senso del provvisorio, una cultura debole e la relativa frammentazione del sapere e delle esperienze.
 
Si impone, pertanto oggi più che mai una autentica formazione della coscienza che sappia ascoltare non solo i bisogni del momento, non solo le cose materiali, ma ascoltare la voce del Creatore stesso al fine di conoscere cosa è bene e cosa è male.
Naturalmente questa altissima capacità di ascolto donata da Dio all’uomo deve essere educata e sviluppata per ascoltare la voce della verità e la voce dei valori.
 
L’educazione morale ha sempre accompagnato l’uomo nella tensione morale tra l’ideale degli scopi prefissati e il reale delle possibilità attuative. Oggi, di fronte alla consapevolezza che al massimo di capacità scientifiche e tecniche si accompagna il minimo di conoscenza di fronte al senso e agli scopi si rende ancor più decisivo e urgente investire nella qualità morale delle persone. Educare oggi a distinguere il bene dal male, costruire una coscienza morale, diventa una sfida a cui non ci si può sottrarre, un compito magnifico e gravoso, che spetta a ogni agenzia educativa: genitori, insegnanti ed educatori.
 
Alla luce di queste premesse e osservazioni non dovrebbe essere difficoltoso comprendere che è assolutamente imprescindibile la formazione di una buona coscienza che sia un aiuto autentico per fare il bene, incontrare Dio, servire il prossimo e non – al contrario - fare quello che uno vuole nel proprio interesse, indipendentemente dal valore morale dell’azione. Già il Concilio Vaticano II aveva chiaramente evidenziato, accanto alla centralità della coscienza morale, l’importanza della sua formazione per la vita personale e sociale.
 
Deve essere molto forte l’appello a formare la coscienza, a renderla oggetto di continua conversione alla verità e al bene; pertanto l’educazione in tutti i suoi aspetti è indispensabile per formare la coscienza. Il compito poi di educare la coscienza a un giudizio morale retto, in accordo con la ragione e la legge divina, come ben evidenzia il Catechismo della chiesa cattolica,“è un compito di tutta la vita”.
L’azione educativa della coscienza cristiana si radica innanzitutto nell’ascolto della Parola di Dio che illumina il credente sul suo cammino per ricercare ciò che è realmente buono.
Inoltre l’insegnamento della Chiesa, il suo Magistero, non solo faciliterà la meditazione nel cuore della Parola di Dio ma metterà in guardia da  una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche che favoriscono il soggettivismo morale e ad alcuni comportamenti inaccettabili.
 
Ma altri questi mezzi per la formazione della coscienza possiamo contare sull’aiuto dello Spirito Santo che, attraverso i suoi doni, ci infonde la sapienza autentica che ci permette di discernere il bene e a ricercare le vie per attuarlo.
 
Altri aiuti validi sono i consigli che riceviamo da persone prudenti e sagge; sono i parenti, gli amici, o quanti amano e ricercano la verità.
Al riguardo sarebbe auspicabile che ciascuno potesse essere seguito e potesse affidarsi a un illuminato padre spirituale.
 
Tra i mezzi imprescindibili per la formazione della coscienza c’è la preghiera — dialogo con Dio a tu per tu — e in ceto modo anche l’esame di coscienza e la revisione di vita al fine di avvalorare il nostro cammino verso il bene e per considerare davvero se il nostro agire e il nostro fare sono orientati dalla verità.
 
Tutto è orientato al fatto che la persona deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza.
Tommytom
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mercoledì, 04 novembre 2009, ore 22:29

La politica a servizio
del bene comune
 
 
fede e ragione
«Dai politici si deve esigere una coscienza morale perché gestiscano in m odo efficace e disinteressato l’autorità che a essi è stata conferita». Questa è una affermazione di Papa Benedetto XVI, che — al di là dell’occasione in cui è stata pronunciata — può essere indirizzata a tutti coloro che, eletti dal popolo, dovrebbero avere quale scopo unico del loro mandato il bene comune.
 
Senza entrare nei dettagli e lungi dal formulare una analisi puramente politica, è sufficiente far discendere dal Vangelo, dalla Dotrrina Sociale della Chiesa e dalle elementari norme di decenza civica e di senso comune utili e chiari orientamenti per il comportamento etico di quanti hanno compiuto la scelta del servizio politico quale foma più alta della carità.
Il discorso vale per tutti: politici e amministratori di destra o di sinistra; poiché i principi etici non possono avere colori politici.    
 
La politica non può che essere al servizio del bene comune, della giustizia, della solidarietà.  La politica è utile quando sa delimitare la propria azione, quando riconosce la propria funzione sussidiaria, quando si lascia orientare da quello che la precede e da quello che la supera.
E tutti coloro che si allontanano da questi parametri dovrebbero essere immediatamente allontanati dalla vita pubblica.  Secondo il Concilio Vaticano il bene comune è "l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono nei singoli membri, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più spedito e più pieno della loro perfezione".
Il principio del bene comune è un concetto controverso, etichettato frequentemente come esclusivamente "cattolico". Il popolo non è più sicuro che questo principio meriti la sua fiducia. Sente che viene messo in discussione nella teoria e ignorato nella pratica. Questa perdita di fiducia nel concetto di bene comune è uno dei fattori principali che spiegano il sentimento di pessimismo degli elettori. Rivela l’indebolimento del senso della mutua responsabilità e il declino dello spirito di solidarietà:vale a dire, rivela lo sgretolarsi del cemento che unisce gli individui di una società.
 
E’ necessario, inoltre, rigenerare la vita politica perché si riappropri della ineludibile dimensione morale.
La politica eticamente sostenuta richiede sempre più persone capaci di governare, cioè capaci di discernere in maniera lungimirante, valorizzando il positivo, intuendo il futuro, avendo uno sguardo d'insieme.
 
Per i politici e per i legislatori c’è un lavoro importante da fare. Bisogna riaccendere la luce della legge naturale nel pensiero e nell’azione, essere fedeli ai suoi orientamenti, vigilare ed esaminare continuamente la propria coscienza per verificare se si è sensibili ai suoi richiami o se ci si lascia trascinare a fare leggi contrarie ad essa, trovando perfino ragioni per il male.
 
Ho letto qualche tempo fa dieci pensieri destinati ai politici (mi scuso se non so a chi attribuirli) che utilmente possono concludere la presente riflessione.  
 
1.     Il potere è al servizio del bene comune e la politica è il più esigente esercizio di carità genuina verso le categorie più deboli: i poveri, gli umili, i piccoli. L’uso del pubblico potere e del pubblico denaro va sempre orientato per il bene comune e non per favorire affari personali e di gruppo o per creare clientele. La trasparenza riguardo i patrimoni personali potrà incoraggiare la fiducia degli elettori.
 
2.     La politica attiva comporta una crescita di responsabilità e forme di democrazia ascendente che prevede luoghi permanenti e periodici di partecipazione: circoli, associazioni culturali, volontariato, società civile. La politica ha ancora il compito di garantire la partecipazione responsabile ai soggetti sociali, avendo di mira e privilegiando gli interessi delle persone e delle comunità intermedie. Nei confronti di queste essa si pone come sostegno e coordinamento nel rispetto del principio di sussidiarietà e di un sano pluralismo personalista e  comunitario. 
 
3.     Il rispetto delle altrui posizioni favorisce il dialogo con amici e avversari; il rifiuto della rissa e dell’intolleranza sviluppa una sana competizione delle idee per risolvere i problemi, riducendo la conflittualità esasperata,  incrementando la collaborazione con spirito costruttivo sui temi del bene comune.
 
4.     Il  requisito della  coerenza ha conseguenze sui comportamenti nella  vita pubblica. I mutamenti di schieramento, sempre possibili per motivi di coscienza, dovrebbero richiedere le dimissioni dall’incarico. La coscienza politica deve favorire e promuovere i valori  della persona, quali la dignità, il diritto al lavoro, la giustizia, la promozione della cultura, la crescita della moralità civile, la custodia della famiglia, il rispetto della vita e la crescita della sua qualità, la non violenza, la libertà di pensiero, di azione e di religione.
 
5.     Va ribadito il rifiuto e la denuncia  di comportamenti immorali e disonesti, come la  corruzione, la concussione, la menzogna, la calunnia, il clientelismo, l’associazione per delinquere, l’abuso e la truffa. A tal fine potrà essere di aiuto l’elaborazione di codici etici condivisi.
 
6.     Occorre impegno per favorire la cultura della legalità, che rispetti e faccia rispettare le regole e le procedure democratiche. Gli eletti a cariche pubbliche avvertano il dovere di essere testimoni esemplari del rispetto delle leggi.
 
7.     Gli  amministratori  abbiano una adeguata preparazione politica, giuridica, amministrativa, storica, economica e sociologica. A tal fine si incoraggino i luoghi e strumenti di formazione permanente. Gli incarichi di secondo livello vanno affidati a persone competenti, di provata moralità e testimoniata onestà professionale.
 
8.     La selezione della classe dirigente amministrativa premi il merito, la competenza e rifugga dall’affidarsi a simpatie, legami personali o familiari, ripicche, vendette.
 
9.     L’impegno politico amministrativo richiede un limite di mandato e periodi di tempo determinato, con fasi opportune di astensione tra incarichi dello stesso tipo.
 
10. L’attenzione ai problemi specifici del territorio in cui si opera va coordinata e misurata sulla base del principio di sussidiarietà con una visione aggiornata alle soluzioni nazionali e internazionali. La  presenza assidua negli organismi amministrativi e di governo va apprezzata come va condannata ogni prassi di assenteismo.
Tommytom
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mercoledì, 04 novembre 2009, ore 08:06

Dio, tre volte santo,
ci rende partecipi
della sua santità
 
 
trinita_Guercino
"Santo, santo, santo". Questa espressione sottolinea con forza che unico a essere Santo in quanto Signore della gloria e giudice universale degli uomini (Is 1,4) è il solo Dio Onnipotente nella sua individua Trinità.
 
Santità vuol dire perfezione assoluta; per questo Dio solo è Santo.
Tuttavia il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei cristiani ci rende partecipi della Sua santità. Anzi, lo stesso Signore ci rivolge l'esortazione: "Siate santi, perché io il Signore vostro Dio sono Santo" (Lv 19,2)
E il Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium sottolinea che la santità è la vocazione universale di tutti i battezzati; ogni cristiano, infatti, poiché é rivestito del Battesimo, è chiamato alla santità.
 
I santi non sono dunque solamente coloro che molte volte potrebbero essere visionati come persone fuori dal comune a motivo di una particolare eroicità che li ha trovati degni degli altari; secondo la volontà di Dio ribadita espressamente dalla Chiesa, tutti siamo chiamati a essere santi.

E perché potessimo trovare sprone e avvalerci di un autentico modello di vita nel cammino verso la santità Dio Padre ha inviato il suo Figlio Gesù Cristo che, condividendo la nostra natura umana nelle sue limitatezze e difficoltà, ha mostrato nella sua vita terrena che la realizzazione della volontà di Dio non è impossibile. Nelle sue parole, nei suoi atti d'amore verso tutti e soprattutto nella sua immolazione Cristo si è mostrato modello primario di santità e a buon diritto ci rivolge l’esortazione evangelica: "Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli".
 
Sono, inoltre, modelli di santità tutti coloro che nel corso della vita hanno imitato in tutto e per tutto l'esempio del Signore Gesù Cristo sia nei rapporti con Dio, sia con se stessi, sia verso il prossimo e che in tal modo "si sono resi conformi all'immagine del Figlio di Dio" (Rm 8,29).
 
Nessuno si nasconde la difficoltà a essere perfetti secondo la volontà di Dio: la fragilità umana espone ciascuno di noi alle tentazioni e alle miserie morali e le occasioni di peccato e di manchevolezza non sono affatto rare.
Ciò tuttavia non deve incuterci scoraggiamento di sorta; noi ben sappiamo che la grazia del Signore viene in soccorso a chi la chiede con audacia filiale. Inoltre, nella preghiera e nel sacrificio la Chiesa ci offre mezzi validi e indispensabili per procedere con speditezza nel cammino verso la santità.
 
Infine lo spirito evangelico delle beatitudini dovrebbe essere l'unico a fondare e motivare le azioni del nostro vissuto quotidiano al fine di vivere in modo straordinario l’ordinarietà della nostra vita.
 
Tommytom
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